Uccidere per lavoro: ecco cosa succede a chi lavora nei macelli

Lavorare in un macello: molti psichiatri hanno condotto studi che testimoniano le dure implicazioni psicologiche e sociali tra disturbi da stress post traumatico e inibizione dell’empatia

Depressione-lavoro-macello

Gli animali non sono le uniche vittime dell’industria della carne: anche gli operai vivono dentro un incubo ai margini della realtà. Chi lavora nei macelli è facilmente incline a soffrire di disturbi da stress post traumatico (PTSD) a causa delle azioni violente perpetrate a discapito di altri esseri viventi.
In questo articolo cercheremo di darne un’idea prendendo in esame il contesto americano grazie al cospicuo archivio costituito da studi, ricerche e testimonianze.

Lo stress post traumatico vale anche per loro, anzi, di più

“Certe volte si presentano strani pensieri nella tua testa. Sei solo: tu con i polli morenti. Dalla natura barbarica dei tuoi comportamenti nascono sentimenti surreali. Stai uccidendo migliaia degli uccelli indifesi: sei un killer”. Queste sono le parole estrapolate dal blog di Virgil Butler , ex operaio di un mattatoio di polli in Arkansas, deceduto nel 2006, rimasto fortemente segnato dall’esperienza del mattatoio e dedicatosi poi all’attivismo per gli animali. Quello che colpisce le persone che lavorano in questi ambienti si definisce stress traumatico.

Lo psichiatra Chi-Chi Obuaya, consulente presso l’Ospedale di salute mentale di Nightingale a Londra, specifica che il disturbo da stress post traumatico è associato di solito ad individui che hanno subito un trauma. Nel caso degli operai dei macelli la questione è, quindi, un po’ diversa: sono loro a provocare traumi, per di più in modo ripetuto nel tempo. Per questo motivo Obuaya parla di stress traumatico indotto dalla perpetrazione (PITS): le sue analisi comparate mostrano che tale attività rischia di sfociare in disturbi mentali simili a quelli che di cui soffrono i bambini soldato, costretti a una situazione di conflitto in cui devono commettere orribili atti di violenza.

Lavoratori nei macelliAnche Rachel M. Macnair, sociologa e psicologa, descrive questo disturbo analizzando però casi di carnefici, veterani di combattimento e nazisti durante la seconda Guerra Mondiale: questi casi studio sono accomunati dall’atto dell’omicidio che ha causato nelle diverse circostanze reazioni simili contraddistinte da ansia, panico, depressione, abuso di droghe e alcol, aumento della paranoia, senso di disintegrazione, dissociazione e amnesia. La natura ripetitiva dell’esposizione al trauma come autore del reato porta ad una rottura nell’identità dell’individuo.

Le analisi effettuate hanno portato la Macnair ad affermare che anche i lavoratori dei macelli rappresentano un’altra parte della società che potrebbe essere vulnerabile a questo particolare tipo di disturbo: gli ex lavoratori dei macelli hanno descritto di aver sperimentato sintomi di PTSD negli anni successivi alle loro attività.

Le testimonianze di chi ci è stato

Secondo Laura Moretti, fondatrice di Animals Voice non ci è possibile capire davvero che cosa accade all’interno dei macelli: “La comprensione dell’uomo è limitata, non si può immaginare si può solo vivere in prima persona”. Ecco perché libri come “Slaughterhouse” di Gail Eisnitz, attivista di The Humane Farming Association, sono fondamentali: qui si trovano le testimonianze degli operai dei macelli che descrivono il loro lavoro quotidiano. Ed Van Winkle, per esempio, racconta nel libro: “Certi maiali in mattatoio mi vengono vicino e mi strofinano il muso contro come fossero dei cuccioli. Due minuti dopo li devo ammazzare a suon di sprangate. Questi maiali finiscono nella cisterna bollente e quando toccano l’acqua cominciano ad urlare e a scalciare. A volte si agitano talmente tanto da schizzare l’acqua fuori dalla cisterna, prima o poi muoiono affogati. C’è un braccio rotante che li spinge in basso, non hanno modo di uscire fuori. Non sono sicuro se muoiano prima affogati o prima ustionati, ma ci mettono qualche minuto per smettere di dimenarsi.”

Il già citato Butler lavorava per l’azienda Tyson, uno dei maggiori produttori di carne di pollo degli Stati Uniti e,  dopo esserne uscito, ha deciso di fondare un santuario per gli animali salvati e raccontare il disagio nato dal suo lavoro. Nel suo articolo “Inside the mind of a killer” scrive: “L’enorme quantità di esseri viventi che uccidi e di sangue che vedi, dopo un po’ arriva alla tua psiche, soprattutto se non puoi semplicemente spegnere tutte le emozioni e trasformarti in uno zombie robotico della morte. Ti senti parte di una grande macchina della distruzione”.

I macelli: realtà ai margini della realtà

Il lavoro nei macelli ha anche delle conseguenze indirette sulle relazioni sociali.
Urbanisticamente i mattatoi, lo sappiamo, sono stabilimenti posti ai margini della città. Sono attività da tenere lontane e di cui si accetta solo il “risultato”. Di riflesso anche chi lavora lì appartiene ad un contesto sociale emarginato, posto ai limiti della nostra vita, diventano popolo di un mondo che tutti hanno ben cura di tenere lontano dalle loro menti. E’ lo stesso Bulter a descrivere l’isolamento sociale che lui e i suoi colleghi dovettero affrontare: “Sei solo, sai che sei diverso dalla maggior parte delle persone. Loro non hanno orribili visioni di morte nelle loro teste, non hanno visto
quello che hai visto tu e neppure lo vogliono sapere, non ne vogliono sentire parlare. Se lo facessero come farebbero a mangiare quel pezzo di pollo, dopo?”.

D’altronde se il processo di rimozione di cui parla Melnie Joy nel suo libro “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche” funziona con il pezzo di carne che ci ritroviamo sul piatto, perché non dovrebbe funzionare anche quando abbiamo a che fare con qualcuno che nei macelli ci lavora? Secondo la psicologa americana, infatti, quando mangiamo carne siamo portati a non associare quel cibo all’animale da cui proviene; allo stesso modo vogliamo rimuovere dalla nostra mente il collegamento tra una persona e il suo lavoro “da killer” di animali, come lo definiva lo stesso Bulter.

Lavoratori dei macelliL’inibizione dell’empatia

Sono recenti, inoltre, gli studi che hanno evidenziato come il contesto sociale in cui si vive o si lavora sia strettamente legato all’attivazione e all’inibizione dell’empatia. Ad esempio, quando un gruppo si conforma ad un’ideologia ispirata a concetti di superiorità o basata sull’aggressività (come accade durante una guerra, per esempio) può verificarsi un blocco diffuso dell’empatia e della compassione, frenando gli individui ad aiutare chi si trova in difficoltà.

Prendendo come esempio ancora una volta la testimonianza di Butler, sappiamo come “l’inferno di Tyson” abbia reso lui e i suoi colleghi più inclini alla violenza anche fisica. In questo quadro Virgil racconta come la violenza quotidiana che esercitava sugli animali lo portasse anche a reprimere il rispetto nei confronti della vita, descrivendo nello specifico alcuni dei “giochi” che i lavoratori praticavano con le carcasse di animali morti: uno di questi consisteva nell’estirpare le teste ai polli vivi, per poi metterle sulle dita e usarle come pupazzi: “Non puoi avere una coscienza forte – spiega – e uccidere creature viventi notte dopo notte”.

Da queste analisi emerge chiaramente come i macelli siano realtà a sé stanti nelle quali si attivano processi di normalizzazione della violenza.

Lavoratori macelloSempre nel libro Slaughterhouse leggiamo: “Dicono che l’odore del sangue ti renda aggressivo, ed è così. Con il tempo non ti importa più del dolore delle persone, una volta ero molto attento ai problemi della gente, ero disposto ad ascoltare. Ma dopo un po’ diventi insensibile”. Si crea, quindi, un circolo vizioso in cui è la stessa società a creare i presupposti per costruire un mondo meno empatico.

Quello che succede fra le mura dei macelli oppure nelle realtà come gli incubatoi dei polli, è un vero “sacrificio emotivo” che chi lavora lì deve compiere ogni giorno.

Anche questo è un aspetto da considerare quando ci chiediamo perché dovremmo scegliere un’alimentazione a base vegetale.

Print Friendly
0