Antibiotici trovati nel latte: “Il problema sono gli allevamenti e i nostri consumi”

L’inchiesta del giornale “Il Salvagente” ha confermato i dati emersi da un’altra analisi compiuta dall’Università di Napoli e da quella di Valencia: “Serve una riflessione urgente”

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Dopo l’acqua, il latte è la bevanda più consumata dai bambini ed è lì che sono stati trovate tracce di farmaci antinfiammatori, cortisone e antibiotici. Consumiamo meno latte rispetto agli anni passati in Italia, è vero,  ma questo non toglie che nel nostro paese nel 2017 ne siano state prodotte 12 milioni 625 mila tonnellate e che una parte, per far fronte alla produzione casearia, sia stata importata. Da dove arriva questo latte? Dagli allevamenti e da dove nasce il problema della presenza di antibiotici in questo prodotto? Proprio da lì.

L’inchiesta e che cosa dice

Nel numero di Febbraio del mensile “Il Salvagente“, la copertina è dedicata all’inchiesta/test realizzata dalla redazione (diretta da Riccardo Quintili) su 21 latti freschi o Uht venduti in Italia. Il test è stato realizzato attraverso una nuova modalità di analisi ed un nuovo strumento (l’Orbitrap-MS) che permette di “vedere” elementi che fino ad ora non era possibile individuare e di farlo in modo pratico, riproducibile e anche ad un costo interessante.
La prima analisi è stata realizzata su 56 campioni dall’Università Federico II di Napoli e da quella di Valencia; in seguito anche la rivista italiana ha voluto ripetere i test con lo stesso metodo su 21 campioni (ossia confezioni di latte acquistate nei supermercati), riscontrando i medesimi risultati: in 12 campioni sono state riscontrate tracce di tre farmaci – un antibiotico, un cortisonico e un antinfiammatorio.

Nonostante la quantità di sostanze riscontrate rientrino nei limiti consentiti dalla legge, lo stesso direttore del mensile – durante la conferenza stampa di anticipazione dell’inchiesta tenutasi a Roma il 23 gennaio scorso – ha spiegato che l’obiettivo è fare in modo che i consumatori siano al corrente di quello che consumano e che le aziende ora procedano verso controlli più efficaci e sempre migliori. Come confermato anche da Ivan Gentile, professore associato di malattie infettive presso l’Università Federico II di Napoli, però

“Questo dato non può passare inosservato se davvero vogliamo dare una risposta efficace alla resistenza antibiotica”.

Un vitello nei box singoli nei quali vengono tenuti dopo essere stati separati dalle madri che forniscono latte per l’indistria

La resistenza antibiotica e l’uso “smodato” in Italia

Questa inchiesta ha il merito di aver riacceso i riflettori su un tema importante: quello dell’antibiotico resistenza e della sua origine. Se è vero, come ha confermato il professor Gentile che “l’uso di questi farmaci nella medicina umana è la principale causa della resistenza nelle infezioni anche l’abuso negli allevamenti contribuisce in maniera significativa“. E’ da lì infatti che arrivano gli antibiotici e non è una novità.

L’Agenzia Italiana del Farmaco spiega direttamente sul suo sito, il dato nel nostro paese

il loro uso eccessivo (degli antibiotici, ndr) e inappropriato negli uomini e negli animali sta contribuendo ad accelerare drammaticamente il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, il processo naturale per cui i batteri divengono resistenti a quegli antibiotici che una volta erano in grado di sconfiggerli.

Inoltre, Secondo i dati del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza, presentati in uno studio del Policlinico Gemelli pubblicato sulla rivista “Igiene e Sanità Pubblica”, ben il 50% del loro uso è nel settore veterinario.

Una zona mungitura in un allevamento: il processo di approvvigionamento del latte da parte dei fattori avviene due volte al giorno attraverso macchinari

Perché gli animali prendono gli antibiotici che poi “ci beviamo”?

A spiegare la correlazione fra allevamenti, antibiotici e antibiotico resistenza è, sempre su “Il Salvagente”, il dott Enrico Moriconi, veterinario e Garante degli Animali della regione Piemonte che da anni partecipa all’informazione sul tema anche partecipando ad inchieste e documentari sul tema realizzati da associazioni animaliste italiane.
Gli allevamenti intensivi sono nati negli anni ’50 quando gli antibiotici sono stati resi accessibili a prezzi accessibili per la zootecnia; si usano ancora perché c’è stress negli animali negli allevamenti e questo determina una caduta della resistenza ai batteri dell’individuo – ha spiegato il veterinario durante la conferenza stampa –  in più la concentrazione numerica altissima degli animali facilita la concentrazione dei batteri e quindi è più facile che ci sia la diffusione di batteri che rendano improduttivo l’allevamento.” In un allevamento da mucche da latte possono esserci fino a 1000 animali. Non possono ammalarsi.

Medicinali come quelli individuati dalle due inchieste vengono somministrati alle mucche soprattutto per curare o per prevenire le mastiti, ossia “infiammazioni alle mammelle degli animali dovute al forte stress a cui sono sottoposte per essere munte”. Come essere sicuri che il motivo della somministrazione sia quello? Moriconi lo spiega: “Il fatto che siano stati trovati dei residui nel latte ne è la dimostrazione: se fossero stati utilizzati farmaci per curare altri tipi di infezioni, questi sarebbero stati smaltiti da reni e fegato”. Insomma il problema è chiaro: è la produzione di latte in condizioni terribili per animali.

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Bere e consumare latte e derivati non è fondamentale per la salute umana le alternative sono moltissime

Come ha spiegato anche l’associazione Compassion in World Farming “Mentre una mucca che allatta produrrebbe naturalmente circa 4 litri di latte al giorno, una mucca da latte produce in media 28 litri di latte al giorno per un periodo di 10 mesi. Durante il picco di lattazione, le mucche da latte ad alto rendimento possono arrivare a produrre fino a 60 litri al giorno e fino a 12.000 litri nel totale della loro lattazione. Le mastiti (infezioni delle mammelle) e i problemi di fertilità sono estremamente frequenti.”

“Il livello dei controlli dei bovini – continua Moriconi – è dello 0.2% all’anno: significa che su 2milioni di bovini da latte all’anno, ne controlliamo 2000″. Ma il problema non è nei controlli: “Quando dicono che vanno aumentati non ha molto senso, perché su queste proporzioni saranno sempre e solo a campione, perché la quantità di prodotti che consumiamo e che produciamo è enorme. Questo è un metodo che permette delle furberie e delle illegalità”.

Cosa fare per evitare tutto questo?

Secondo Moriconi questa inchiesta deve aprire un dibattito e una riflessione profonde:

“Il problema è il modo in cui noi consumiamo perché l’allevamento nasce da quello che si consuma a tavola.

“È certo importante – continua – che si trovi con un’inchiesta del genere dove sono gli antibiotici, ma la cosa importante è chiedersi come mai si usano questi prodotti? L’uso di antibiotici negli animali è sintomo di un disagio e di un malessere degli animali che danneggia gli animali e anche le persone”.

 

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