Boicottare – Dizionario vegano contemporaneo

Spunti di riflessione per compilare insieme un dizionario vegano contemporaneo.

Ogni settimana, uno spunto di riflessione  – spesso polemico – sulle tematiche che ci stanno a cuore.


Avrete sentito parlare (o più spesso letto sui social) la volontà espressa con foga dalla community vegan di voler boicottare  aziende che rappresentano il “male”, il “sistema dal quale uscire” e ai quali esprimere il proprio dissenso non comprando più i loro prodotti. Si tratta perlopiù di aziende che producono cibo, grandi multinazionali, e catene di ristoranti.

Funziona? Teoricamente (e a livello filosofico) sì, per il semplice fatto che le aziende hanno uno scopo: fatturare. Per farlo è necessario che vendano a qualcuno che sceglie un loro prodotto perché incontra i propri gusti e la sua capacità di spesa. Il problema di base è che le persone vegane nel mondo sono poche. Una stima precisa è difficilissima – anche perché molti magari sono di fatto vegani ma non si dichiarano tali e, al contrario, altri non lo sono ma dicono di esserlo – ma si parla di circa l’1% delle popolazione mondiale. È evidente, quindi, che l’idea che anche tutta questa massa critica decidesse di non acquistare più un prodotto (sarebbe comunque molto difficile), comporterebbe “danni” limitati. Questo significa che il boicottaggio è inutile? No. Esiste anche quella che viene definita “opinione pubblica” che può avere un ruolo importante, magari stimolata da una campagna di comunicazione importante o da un passa parola che funziona, da un trend.

Escludere anche i prodotti pensati e studiati per chi ha fatto una scelta vegan ma prodotti da brand che vegani non lo sono affatto, è un’altra strada, ancora più verticale. Non si vuole contribuire in ogni caso all’economia di un’azienda non eticamente in linea nonostante il prodotto X sia senza ingredienti di origine animale (vedi l’esempio di Nutella plant based di Ferrero, o Philadelphia di Kraft Heinz e Mondelēz International). Per molti vegani però questo atteggiamento rischia di spegnere o rallentare sul nascere iniziative in quella direzione. Inoltre spesso si dimentica che i prodotti completamente vegetali prodotti dalle grandi aziende non sono rivolti ai vegani, bensì a quel pubblico onnivoro che vuole ridurre (o provare a ridurre) il consumo di carne o di prodotti con uova e formaggio, oppure, ancora, a chi è allergico o intollerante. Ma ancora una volta, grandi polemiche che nascono anche da piccoli gruppi possono ledere l’immagine e il percorso di un prodotto sul mercato, portando l’azienda a decidere di fare un passo indietro ritirandolo dagli scaffali.

Chi ha ragione quindi? Non c’è una risposta generale, forse ogni caso andrebbe analizzato a sé e la cosa migliore è sempre rendersi conto che spesso i grandi cambiamenti potrebbero passare anche dalla “generalizzazione” e dalla normalizzazione di quella che, prima, risultava un’anomalia, una cosa bizzarra e un po’ freak. soprattutto se il gruppo che contraddice la norma è così piccolo. E in questo, se ci pensiamo, il vegan ha fatto buoni passi negli ultimi 15 anni.

Inoltre ci permettiamo di citare Umberto Eco che definiva così il suo “ottimismo tragico”: “…è tutta una schifezza, però bisogna continuare a tirare avanti, perché insomma bisogna fare qualcosa: non ce la faremo mai, però bisogna continuare, perché è giusto ed è bello”.

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