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Animali da allevamento: la legge italiana li tutela davvero?

Quali sono le norme vigenti in fatto di tutela degli animali da allevamento, in Italia? Per rispondere a questa e ad altre domande che gravitano attorno al complesso tema degli allevamenti intensivi, noi di Vegolosi.it abbiamo incontrato l’avvocato Alessandro Ricciuti, che da alcuni anni si è specializzato nella tutela legale degli animali, con l’obiettivo di creare precedenti utili al miglioramento delle condizioni di vita degli animali lavorando per associarmi come Essere Animali. L’avvocato è anche socio fondatore di Animal Law, associazione nata per promuovere lo sviluppo e lo studio del diritto animale e contribuire all’avanzamento della tutela legale degli animali.

Esiste in Italia una legge che si occupi dello stato di benessere degli animali d’allevamento?


Le regole di base sono contenute nel D.Lgs. 146/2001, che ha introdotto nel nostro ordinamento le misure minime per la protezione degli animali negli allevamenti, dettate dall’Unione Europea in una direttiva del 1998. Viene imposto a proprietari, custodi e detentori di animali da reddito di «adottare misure adeguate per garantire il benessere dei propri animali affinché non vengano loro provocati dolore, sofferenze o lesioni inutili». Tra i principi stabiliti dalla legge, c’è anche l’obbligo di avere un numero sufficiente di addetti aventi adeguate capacità di controllo, l’obbligo di ispezionare gli animali a intervalli sufficienti e quello fondamentale di prestare le cure necessarie gli animali feriti, anche interpellando un medico veterinario qualora non reagiscano a quelle iniziali a cui può provvedere lo stesso allevatore.
La legge precisa anche che gli animali devono essere liberi di muoversi in modo da non subire sofferenze o lesioni e deve essere loro attribuito uno spazio adeguato alle proprie esigenze fisiologiche ed etologiche, determinato secondo le correnti conoscenze scientifiche.
Vi sono poi leggi specifiche per ogni tipologia di allevamento, che stabiliscono norme specifiche per garantire il rispetto delle esigenze etologiche di ogni specie nella misura minima ritenuta soddisfacente: per esempio, per le galline ovaiole in batteria viene stabilito che ciascuna debba avere a disposizione uno spazio di 750 cm2 e quali arricchimenti ambientali debbano essere obbligatoriamente previsti. Ma le norme scendono molto nel dettaglio, stabilendo le ore minime di luce, la tipologia dei capanni e così via. Non tutte le specie allevate hanno però proprie leggi di protezione, ad esempio i conigli non hanno una disciplina normativa specifica, ma si seguono delle linee-guida europee e ministeriali che forniscono delle indicazioni specifiche sul trattamento di questa specie basate su approfondite ricerche etologiche ma che purtroppo non sono vincolanti.

Queste leggi hanno come obiettivo il benessere degli animali o la tutela del consumatore finale del prodotto lavorato?

Entrambi gli interessi, anche se principalmente c’è in gioco il benessere degli animali. Ci sono motivazioni di ordine igienico-sanitario connesse alla necessità di evitare il proliferare di epidemie o la contaminazione delle carni con sostanze batteriche ma le norme si focalizzano sulla protezione degli animali. D’altronde, l’art. 13 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea sancisce che gli animali sono “esseri senzienti” e questo principio fondamentale è alla base delle norme di protezione in campo comunitario.

Quali sono gli standard minimi di benessere previsti per gli animali da reddito?

In linea generale, oltre alle norme generali per la protezione degli animali negli allevamenti e quelle previste per ciascuna specie dalle leggi di protezione specifico, agli animali da reddito si applica ancora il canone delle “cinque libertà” – elaborato in Inghilterra nel 1965 – che vanno garantite negli allevamenti: la libertà dalla fame e dalla sete, la libertà dal disagio, la libertà dal dolore, la libertà di espressione del normale comportamento e la libertà dalla paura e da fattori stressanti. L’accertamento del benessere animale non può prescindere da queste regole minime, mentre nelle altre situazioni va compiuto in modo puntuale e oggettivo, caso per caso, sulla base delle più avanzate conoscenze scientifiche, da parte di un esperto (spesso un etologo). Ci sono dei fattori indicativi comportamentali che possono essere valutati in modo oggettivo come segnali di malessere e devono essere conosciuti ed esaminati nel caso specifico.

Chi stabilisce questi standard?

Il processo di formazione della normativa è lungo e complesso ma trasparente, quindi vi partecipano molteplici figure: questo significa  che oltre a esperti etologi e veterinari, vi sono delle audizioni delle associazioni di categoria degli allevatori e delle associazioni che invece mirano a migliorare il grado di tutela degli animali. Semplificando, possiamo dire che le norme finali che verranno poi approvate sono scritte da tecnici, sulla base dei risultati di queste audizioni e dei pareri e delle relazioni di esperti. Chiaramente gli interessi dei rappresentanti dell’industria non coincidono con quelli delle associazioni animaliste e il risultato finale è una via di mezzo, che perlomeno impone il rispetto di uno standard uniforme in tutta Europa. Lo scopo è adeguarsi all’evoluzione della sensibilità verso gli animali ma al tempo stesso garantire l’interesse della collettività ad avere carne e derivati a prezzi ragionevoli, perciò la tutela degli animali è in parte sacrificata a favore degli interessi degli allevatori. Per questo ad esempio è ancora consentito l’utilizzo di gabbie per allevare le galline ovaiole ma le dimensioni sono state aumentate, mentre le associazioni ne denunciavano da anni l’intrinseca crudeltà e chiedono l’abolizione tout court.

Dati gli standard previsti dalla legge, perché spesso negli allevamenti gli animali non vengono rispettati? Ci sono motivazioni economiche?

Gli standard di protezione attualmente previsti dalla legge non rispettano l’etologia degli animali ma spesso gli allevatori non adottano nemmeno questi livelli minimi e la motivazione è certamente economica: gli allevamenti intensivi seguono delle logiche industriali e di produzione in serie che consente di abbattere i costi e di abbassare il valore di ogni singolo animale sul mercato. Gli allevatori guadagnano solo sui grandi numeri e l’adeguamento o manutenzione delle strutture per migliorare il benessere degli animali è una voce che incide sui bilanci. Altro fattore fondamentale è il risparmio sul personale. Come abbiamo visto, la legge impone che gli animali siano tenuti sotto controllo e che quelli feriti vengano curati. Purtroppo spesso ciò non accade a causa del basso numero di addetti in proporzione alle dimensioni dell’allevamento e quindi ci sono animali che muoiono a seguito di lunghe agonie, come è anche stato ampiamente dimostrato dalle indagini di varie organizzazioni per i diritti animali. Va anche detto che l’allevamento intensivo espone gli animali a condizioni estreme e sono frequenti episodi di lotte o mutilazioni, anche dove vengono rispettati gli standard previsti dalla legge. Sono tutti sintomi di stress, un chiaro segnale che il benessere animale è ben lontano dall’essere garantito dalle regole attuali.

Esistono degli organi preposti al controllo di ciò che avviene all’interno degli allevamenti?

Vengono eseguite ispezioni da parte dei servizi veterinari delle ASL che effettuano delle verifiche proprio sul rispetto delle norme sul benessere animale e informano il Ministero della Sanità, che ogni anno pubblica una relazione sui controlli eseguiti, dove sono indicate le violazioni riscontrate, le eventuali sanzioni applicate e le misure adottate per ripristinare le condizioni di legalità. Vi sono poi anche ispezioni dirette del Ministero e di veterinari della Commissione Europea, per verificare che il singolo paese stia correttamente applicando la normativa comunitaria. Le ispezioni sono a campione e in ogni caso le sanzioni sono spesso inadeguate, perciò alcuni allevatori potrebbero trovare più conveniente non rispettare la normativa sul benessere animale e rischiare quindi le eventuali sanzioni, piuttosto che investire nell’adeguamento delle strutture.

Come si scoprono i maltrattamenti sugli animali negli allevamenti?

Negli allevamenti i maltrattamenti sono una presenza costante ma nella maggioranza dei casi sono perfettamente legali. Innanzitutto, oltre alle lesioni fisiche vi è anche il maltrattamento di tipo etologico, che si verifica quando non vengono rispettate le esigenze etologiche dell’animale. Mentre le lesioni fisiche possono essere immediatamente accertate in caso di ispezione dei veterinari ASL, il maltrattamento etologico è più complesso da verificare e lo spazio di intervento è molto ristretto, poiché purtroppo la legge consente delle pratiche che sono oggettivamente contrarie all’etologia e che sono quindi veri e propri “maltrattamenti legalizzati”, come la detenzione delle scrofe in gabbie di gestazione, la castrazione dei suinetti senza anestesia o la concentrazione di migliaia di polli in un capannone industriale. In questi casi, se gli allevatori si muovono all’interno dei parametri legali non è possibile fare nulla. Va anche detto che nella valutazione del rispetto del benessere animale nelle attività di allevamento è anche fondamentale conoscere le corrette prassi zootecniche, che spesso sono sancite per iscritto dalle associazioni di categoria degli allevatori e sono messe a punto anche con l’aiuto di veterinari pubblici. Se l’allevatore rispetta questi criteri, sarà molto difficile (se non impossibile) dimostrare un maltrattamento, in quanto il suo lavoro rientrerà perfettamente nelle normative. Questo accade perché alla base delle normative che si pongono come obiettivo la protezione degli animali, vi è sì la crescente attenzione della società al rispetto delle esigenze di questi ultimi e la presa di coscienza che l’allevamento intensivo ha di molto peggiorato le loro condizioni di vita, ma il legislatore non ha il coraggio di intervenire in maniera sostanziale per sovvertire l’attuale sistema zootecnico. Ecco l’importanza di studiare questa materia da un punto di vista legale, per proporre soluzioni nuove e più adeguate ai tempi, con lo scopo di restringere lo spazio per pratiche crudeli e consentire di migliorare la condizione degli animali. È ciò di cui ci occupiamo con l’associazione Animal Law.

Quali sono le sanzioni applicate? E chi ne risponde?

Le norme di riferimento prevedono il pagamento di una multa sino a 30.000 euro o la reclusione fino a 18 mesi nei casi più gravi. Si configurano nel cagionare una lesione a un animale «per crudeltà o senza necessità» o sottoporlo «a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche» (544-ter c.p.), oppure detenerlo «in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze» (727 cpv c.p.). Pertanto, qualora le condizioni di detenzione degli animali siano tali da provocare un grave stato di stress e malessere e non siano rispettati i parametri previsti dalla legge, si può configurare l’esistenza di un reato. Se invece l’allevatore rispetta le normative di protezione o le corrette prassi zootecniche, tale comportamento sarà ritenuto lecito, anche se oggettivamente produttivo di sofferenza. Delle sanzioni risponde colui che esercita l’attività. È possibile prevedere l’estensione della responsabilità anche ai veterinari tenuti alle ispezioni, se non hanno svolto il proprio dovere diligentemente e si sono quindi resi complici del reato.

Se un cittadino scopre dei maltrattamenti ai danni di animali negli allevamenti, a chi si deve rivolgere?

Innanzitutto il consiglio è di filmare e fotografare se possibile, che è un suggerimento che vale in tutti i casi, quindi anche per gli animali domestici in cattive condizioni di detenzione. Dopodiché, se si tratta di lesioni o violenze e quindi il maltrattamento è evidente, è possibile procedere immediatamente con la denuncia presso le competenti autorità, anche se è comunque preferibile rivolgersi a un’associazione per i diritti animali, che ha le competenze e l’esperienza per effettuare un esposto preciso e circostanziato e seguire poi la vicenda successiva. In casi invece meno chiari, procedere alla denuncia darà seguito a un’archiviazione, pertanto sarà opportuno far visionare questa documentazione alle guardie zoofile o fornirla ad associazioni per i diritti animali, insieme a una propria relazione. Questo poiché ciò che a prima vista può sembrare un maltrattamento, spesso si tratta di prassi del tutto lecite, sulle quali i giudici non hanno potere.

Perché è così complesso riuscire ad ottenere informazioni su quello che accade negli allevamenti?

Sono luoghi isolati, anche fisicamente distanti e separati dalla nostra realtà, quindi a parte le ispezioni delle autorità e le incursioni delle telecamere di reti televisive e attivisti, non c’è modo di conoscere cosa accade. Il comparto zootecnico non ha alcuna intenzione di far vedere come vengono trattati gli animali, anche quando viene rispettata la legge, perché non c’è molta voglia di allarmare i consumatori, che già hanno in parte abbassato i consumi di carne e derivati. Anzi, tramite le loro associazioni di categoria, gli allevatori hanno sempre fatto pressioni per ottenere deroghe, proroghe e facilitazioni economiche. Il risultato è che l’esigenza ideale di migliorare le condizioni degli animali negli allevamenti viene messa in secondo piano, delegata all’Unione Europea che in questo momento storico sta però sperimentando un momento di stallo, mentre lo Stato investe nella ripresa del settore zootecnico sovvenzionando l’esposizione in giro per il mondo di salumi e formaggi come eccellenze gastronomiche e cercando di stimolare la ripresa del mercato interno. In quest’ottica si inquadra la recente campagna pubblicitaria a favore del consumo di latte, commissionata dal Ministero per le politiche agricole alimentari e forestali. (La campagna è stata dichiarata ingannevole dal garante per la pubblicità, ndr)