Vegolosi

“Zoout” documentario che racconterà gli zoo in Italia, ma la soluzione non è così semplice

Dopo varie vicissitudini e numerosi rallentamenti le immagini sembrano essere finalmente pronte: Chiara Magpie, fotografa, Francesco Cortonesi, insegnante, sceneggiatore e attivista della Rete dei santuari e Leonora Pigliucci giornalista, stanno lavorando al montaggio di Zoout, documentario dedicato al mondo degli zoo nel nostro paese, con il loro portato di contraddizioni, dolore per gli animali, legislazioni, zone grigie e percezioni distorte. Zoout dovrebbe essere distribuito gratuitamente fra il settembre e l’ottobre del 2019 e le novità possono essere seguite sulla pagina Facebook dedicata.

Come è nata l’idea del documentario?

All’inizio l’idea era quella di creare un documentario che raccontasse la storia dello zoo di Cavriglia e della sua chiusura, poi insieme a Leonora e Chiara il progetto si è ampliato. Certo non immaginavamo minimamente a ciò che andavamo incontro, sulla carta l nostro progetto ci era sembrato molto più alla nostra portata. Inoltre il tentativo di utilizzare una raccolta fondi pubblica non ha sortito gli effetti desiderati e siamo quindi andati avanti fra mille difficoltà, compreso appunto quelli economici, con sempre però in mente l’obiettivo di raccontare in modo semplice il mondo degli zoo. Vogliamo rivolgerci a quel pubblico che ancora percepisce gli zoo come luoghi di intrattenimento, non a chi è già informato o ha già acquistato una sensibilità a riguardo. Siamo comunque contenti dei piccoli traguardi che abbiamo raggiunto nel frattempo, come portare sulle pagine della rivista per adolescenti Focus Wild le problematiche degli zoo o tenere numerose conferenze in giro per l’Italia e nelle scuole, mostrando i nostri scatti e i nostri filmati. Abbiamo inoltre aperto un blog interamente dedicato ai delfinari per raccontare il reportage che abbiamo fatto l’estate scorsa sui delfinari italiani.

Eppure sembra molto semplice: gli zoo devono chiudere, o no?

Non è possibile dare una risposta bianca o nera, non è così facile. E’ chiaro che lo zoo inteso come manifestazione evidente del nostro antropocentrismo è superato e deve scomparire, ma nella pratica se domani davvero chiudessero tutti gli zoo, il problema della gestione delle centinaia di animali che vivono in queste strutture si porrebbe con prepotenza e non è certo qualcosa che si risolve con gli slogan. Occorre quindi non solo puntare il dito contro il problema, ma cercare anche una soluzione. Dobbiamo trovare risposte efficaci alla conservazione delle specie in pericolo e tener presente che in alcuni casi abbiamo dimostrato di non saper difendere queste specie in natura. Sostanzialmente c’è da rileggere il nostro atteggiamento generale verso ciò che si fa e che invece si dovrebbe fare.

Ci sono anche gli “zoo buoni”?

Parlare di “zoo buoni” può essere fuorviante per chi legge, ma esistono (anche se sono pochissime) alcune strutture che stanno realmente cercando di andare nella direzione di tutela e conservazione di alcune specie, penso al Bio Parco di Roma o al parco Natura Viva di Verona. Sono (e restano) zoo, ma almeno ci provano ed è giusto riconoscerlo. Durante le riprese del documentario abbiamo intervistato, fra gli altri, anche Jane Godall e lei non è del tutto contraria agli zoo nel senso più ampio del termine, poiché ci sono situazioni in cui gli animali sono più al sicuro all’interno di queste strutture, nelle quali vengano tutelati, che in natura. Ecco, questo è davvero un problema. È davvero triste che sia così. Il problema inoltre è che gli zoo molto raramente hanno dei piani seri di recupero e tutela della fauna e per la maggior parte dei casi purtroppo si tratta solo di attività di facciata, poco efficaci. Avere un cartello davanti alla gabbia delle tigri con scritto che sono in pericolo di estinzione non serve a nulla. Già lo sapevamo, grazie.

Quanti zoo avete visitato durante le riprese?

Siamo riusciti a visitare circa 15 strutture ma in Italia tra zoo e acquari/delfinari, ma secondo i censimenti e i report le strutture che ospitano animali selvatici potrebbero essere quasi 100. il problema è che la normativa è strana: se possiedi una struttura con meno di 40/50 animali la tua è di fatto una collezione faunistica e quindi i controlli ai quali sei soggetto sono molto diversi da una struttura, come il Bio Parco a Roma, per esempio, che ospita centinaia di animali e che viene visitato da circa 1 milione di persone all’anno, anche grazie ai turisti. Spesso le piccole strutture sfuggono del tutto ai controlli e comunque anche quelle più grandi hanno modo di cavarsela. Basta pensare alla vecchia struttura dello zoo di Napoli. Per anni è andata avanti nonostante non ci fosse nulla a norma e anzi fosse una specie di lager per alcuni animali.

Che condizioni avete trovato negli zoo che avete visitato?

Prima di tutto dobbiamo spiegare che realizzare le riprese negli zoo non è una cosa molto facile, perché per poter realizzare immagini di qualità non puoi certo farle di nascosto ed ottenere i permessi è stato difficile se non altro perché ad un certo punto i responsabili capivano bene che tipo di documentario avessimo in mente e non avevano di certo voglia di darci carta bianca. Quello che abbiamo visto è che, senza dubbio, lo zoo come realtà è da abolire, da superare, e che spesso l’intento educativo decade completamente. Contemporaneamente abbiamo raccontato le storie di alcuni animali che abbiamo conosciuto come Pippo, l’ippopotamo femmina che vive da più di trent’anni in una piccola piscina dello zoo di Falconara. Sono storie importanti da raccontare perché fanno comprendere alle persone quello che di solito quando visitano uno zoo non afferrano e ciò che dietro quella gabbia c’è un animale con una sua storia, una sua sensibilità, una sua unicità, non una specie di clone senz’anima rappresentate di una specie. Inoltre abbiamo intervistato molte persone che visitavano le strutture e ci siamo accorti di come queste persone non siano proprio come ce le aspettiamo noi che agli zoo siamo contrari.

Chi è che va allo zoo?

Persone diverse, ma non di certo tutti cattivi o insensibili verso gli animali, anzi. Molti sono poco convinti ma ci portano i bambini perché non avrebbero modo di vedere quegli animali se non in quel contesto. La logica, spesso, è che essendoci queste strutture ci si va, anche se con un pensiero critico, si entra un po’ nella logica del sistema. È paradossale ma è così. Nelle nostre interviste ci sono addirittura visitatori che iniziano con la frase: “sono contrario ma…”

Qual è l’obiettivo del documentario, quindi?

Spiegare in modo semplice che cosa significa “zoo” e che la mentalità alla base di questi luoghi è sbagliata. E’ lì che dobbiamo lavorare: se non cambia l’approccio verso gli animali, se non siamo in grado di far capire che non sono oggetti nati per intrattenerci e che quindi dobbiamo impegnarci per salvarli in natura, non usciremo mai dalla questione. Detto questo, dire solamente “chiudiamo tutto” non è la soluzione, ma non lo è non in linea di principio bensì dal punto di vista pratico. 

Quindi, che cosa dovrebbe succedere a suo avviso?

Le strutture già presenti dovrebbero essere convertite in centri di recupero e ricerca a favore degli animali, per tutelare e far vivere il meglio possibile quelli che non possono essere inseriti nuovamente in natura ma nel frattempo l’opera di informazione e sensibilizzazione sul tema deve essere costante. L’obiettivo resta quello di rendere lo zoo un brutto ricordo del passato e potenziare la funzione dei santuari. Detta così sembra ovviamente la scoperta dell’acqua calda, ma in realtà non lo stiamo facendo. Stiamo continuando a “monetizzare” gli animali cercando sempre di guadagnarci su, non a salvarli con il semplice intento di farlo. Quindi è chiaro che dobbiamo assolutamente continuare a sensibilizzare le persone senza scoraggiarci.

Un attivismo a piccoli passi, quindi… 

La strategia dei piccoli passi funziona in alcuni casi, in altri la trovo completamente sbagliata. Detto che ogni caso va valutato, sono per un approccio scientifico ai problemi, come quello degli zoo e dei parchi acquatici, per esempio, ma pensare che la richiesta di gabbie più grandi per gli animali d’allevamento o che allevare senza gabbie sia una forma di liberazione animale non mi trova d’accordo. Non solo non funzionerà mai, ma è anche profondamente ingiusta nei confronti di tutti gli animali che vivono negli allevamenti, aspettano di essere liberati e che invece, non dimentichiamocelo mai, moriranno. Non esiste la “carne felice” e dobbiamo assolutamente avversare questo modo di pensare. Naturalmente ogni forma di lotta per questo obiettivo ha ed avrà un suo risultato più o meno a lungo termine, ma sono certo che scendere a compromessi sul tema della produzione della carne finirà per diventare una sorta di annacquamento della lotta. Ed è quello che la logica esclusivamente economica in cui viviamo immersi e di cui facciamo parte vuole.

Le foto che trovate nell’articolo sono state realizzate da Francesco Cortonesi tranne la foto dietro le sbarre che è di Silvia Baglioni.