Vegolosi

Maiali che ballano: il marketing della carne è una favola crudele (e sapiente)

Quella che vedete qui in alto è la locandina di un’iniziativa recente promossa da Cia Agricoltori Italiani. Dopo aver analizzato i dati sul consumo di carne nel nostro paese grazie alle analisi Ismea ed aver constatato una diminuzione del consumo di questo alimento, la Confederazione Italiana Agricoltori, ha deciso di rispondere a “Allarmi, veri o presunti, scoop e fake, ma anche a sfide ideologiche” raccontando con una serie di incontri dedicati a giornalisti, blogger e pubblico, “le produzioni agricole e alimentari italiane da ogni angolazione”. La carne, si legge nel comunicato stampa, “rimane una proteina fondamentale per la salute e il benessere umano” oltre al fatto che, continua la Cia “Un dato si contrappone, un elemento inconfutabile: in Italia non si conta un solo decesso accertato per queste cause.”. Insomma la carne non farebbe male a nessuno. Tranne agli animali, ovviamente, ma di questa “angolazione” pare che agli incontri della Cia proprio non si parli.

Anche la Confederazione, infatti, lancia un messaggio falso quanto preciso con le locandine dell’iniziativa: la carne è un gioco, non ci sono correlazioni dirette fra la mucca vestita da chef nel disegno e la sua stessa carne cucinata e servita. Mucche, maiali e galline sprizzano sincero entusiasmo all’idea di insegnare come cucinare la loro stessa carne: la favola crudele e sapiente è servita. Il marketing dell’industria della carne, del latte e delle uova (ma non solo) da sempre racconta storie per bambini ai consumatori. Se è vero però che l’immagine di capelli fluenti e meravigliosi sulle bottiglie di shampoo lascerà solo la delusione di non trasformarsi affatto in Raperonzolo, mostrare mucche che servono a tavola loro stesse, o maialini vestiti da chef che servono salsicce, una conseguenza ce l’ha, eccome: secondo le stime più recenti (2011), riportate dal sito di Animal Equality Italia, sono 3.600.000 i bovini macellati ogni anno, 13.000.000 i maiali. Difficile, invece, trovare dati esatti sulla macellazione di polli e conigli, per non parlare del pesce.

Il marketing dell’industria della carne e dei derivati da sempre cela la verità, come spiega molto bene Robert Grillo nel libro (non tradotto in Italia) “Farm to fable: the fictions of our animal-consuminng culture“, che in quel settore ci ha lavorato per anni, per poi diventare un’attivista per gli animali. La favola passa con immagini semplici: grandi campi verdi in cui pascolano gli animali, mucche stilizzate che ricordano cartoni animati, maialini allegri che campeggiano sulle scatole delle braciole, persino nei compiti scolastici gli studenti più giovani sono invitati a tratteggiare una linea che colleghi il prodotto “dall’animale da cui proviene”.

Grandi veli di Maya che coprono una realtà crudele e terribile che non vuole essere mostrata da nessuna industria. Eppure, come sostiene la psicologa Melanie Joy, se mangiare carne è normale, perché non dire la verità o quanto meno, perché mistificarla a tal punto? Ovvio, nessuno chiede che sulle confezioni si metta in bella mostra la carcassa del bovino, ma perché raccontare una favola così distorta? Melanie Joy lo spiega, e lo fa anche Michael Pollan, giornalista autore de “Il dilemma dell’onnivoro“: “I produttori lo sanno bene – scrive – più i consumatori sanno che cosa succede dentro un macello, meno carne hanno voglia di mangiare”. Occhio alle favole, perciò, perché tornare alla realtà può essere molto traumatico, ma utile.