Vegolosi

La tortura degli zoo nelle foto di Jo-Anne McArthur

Non è più tollerabile che nel 2016 esistano ancora gli zoo e se non fosse chiaro una volta per tutte, lo sguardo della fotografa Jo-Anne McArthur, foto giornalista canadese, ci da il colpo di grazia definitivo. Nell’aprile 2017 uscirà “Captive” il libro che raccoglierà le fotografie scattate dalla McArthur negli zoo di tutto il mondo. Una sequela di immagini terribili e insieme eccezionali (per qualità e sguardo) dedicate ad un solo obiettivo, come spiega la stessa fotografa sul suo sito: “Spero che le persone si prendano il giusto tempo non solo per guardare ma per vedere, anche solo come gesto di rispetto per i miliardi di animali di cui non notiamo né la vita, né la morte”.

Come ha raccontato ai nostri microfoni l’etologo Roberto Marchesini “l’esibizione per gli animali è già morte: e nessuna didascalia potrebbe spiegare meglio le immagini che si susseguono nel progetto di Jo-Anne McArthur, non di certo nuova a questi argomenti. Il suo precedente lavoro “We Animals”, edito da Safarà editore, racconta un percorso durato quasi 15 anni che ha portato la lente e il cuore della fotografa ad indagare le occasioni di rapporto fra noi e gli animali, in particolare quelle legate al cibo che finisce sulle nostre tavole.

Captive” ci mette di fronte alla necessità imprescindibile non solo di guardare, bensì di vedere quello che davvero significa lo zoo: cattura, violenza, solitudine, distruzione dell’identità animale. E se l’idea che permane è che lo zoo possa essere per i più piccoli uno strumento educativo, torniamo a leggere la parole della psicologa Annamaria Manzoni che nel suo libro “In direzione contraria” scrive:

“Le manifestazioni culturali con l’uso di animali educano il bambino a non riconoscere lo stato d’animo dell’animale che hanno davanti, a disconoscere i suoi segnali di sofferenza”

Lavori come quello di Jo-Anne McArthur o quello del fotografo canadese Gaston Lacombe, sono più che mai necessari perché ci mettono di fronte, decontestualizzandole, le immagini di una sofferenza e di una ingiustizia così profonda ed evidente che, come spesso accade, proprio perché così palese rimane invisibile.