Vegolosi

Vegano contro onnivoro? La psicologa “No alla rabbia, il cambiamento fa paura”

I dialoghi fra chi ha scelto un’alimentazione vegana e chi rimane nella “tradizione” sono spesso complicati. Figli che non riescono a spiegare la propria scelta ai genitori, mariti che non capiscono la scelta delle mogli (o viceversa), amici che fra loro possono parlare di tutto ma non di cibo dopo che uno dei due ha dichiarato: “Sono diventato vegano”. Sono moltissime le domande e le richieste di consigli su questo argomento che arrivano alla nostra redazione: “Cosa devo fare per spiegare la mia scelta?”, “Come posso riuscire a non litigare con i miei genitori?”, “Come devo comportarmi con chi attacca sempre la mia scelta appena se ne presenta l’occasione?”. Abbiamo incontrato la dottoressa Marilù Mengoni, psicologa e nutrizionista, per capire un po’ di più quali sono le dinamiche psicologiche che si creano quando a “scontrarsi” sono un onnivoro e un vegano.

Come mai spesso si scatenano liti sul tema delle scelte alimentari vegane?

Quello che ho potuto riscontrare è che accade che chi ha fatto una scelta vegana è arrivato ad un livello tale di consapevolezza del sé dal sentire una sorta di rabbia di fondo, una rabbia verso chi continua a mangiare animali, rabbia che in alcuni casi viene trasposta nel dialogo con chi quella consapevolezza, quel passo, ancora non lo ha fatto.

Parliamo della famosa frase “Lo sai che stai mangiando un cadavere?”

Esatto, quella è un’espressione da evitare assolutamente. Vede, quando partiamo con quello che viene definito un “giudizio aggressivo” verso il nostro interlocutore, quello che otterremo saranno due possibili reazioni: la prima è la fuga, ossia chi parla con noi cambierà argomento magari cercando di sminuire il nostro, cosa che non permette in nessun modo al nostro messaggio di arrivare all’altro; il secondo è l’attacco, o meglio, il contro attacco: qui è ancora peggio, non si trova nessun piano di discussione comune e si fa solo baruffa.

Qual è l’atteggiamento migliore?

La gentilezza e l’osservazione dell’altro: è necessario cercare di capire quali sono le porte di dialogo aperte nella persona che ci sta davanti. Non è facile ma con un po’ di pazienza è fattibile. Le faccio un esempio: una nostra amica che mangia carne, magari ama moltissimo i gatti. Possiamo nei modi e nei tempi giusti invitarla a riflettere sul fatto che non esiste una differenza sostanziale fra quel gatto che lei ama e un maialino o una mucca. Il nostro collega è un ambientalista amante del risparmio energetico e della vita all’aria aperta? Spieghiamogli tutti i dati che abbiamo letto sull’impatto ambientale degli allevamenti intensivi. Partiamo dalle porte aperte.

Sembra facile detta così, però a volte si perde la pazienza…

E’ ovvio, ma quello a cui dobbiamo sempre pensare è che anche noi arriviamo da un percorso di scoperta. Pochissimi di noi sono nati vegani. Dobbiamo capire che ognuno fa un percorso diverso, arriva da storie diverse. Attaccare con un giudizio forte chi mangia carne e derivati, può significare giudicare le sue tradizioni, la sua idea di famiglia, i suoi ricordi associati al cibo. Se chi abbiamo davanti non ha nessun livello di consapevolezza e informazione sul tema, non farà mai nessun cambiamento, perché cambiare è scomodo, fa paura.

Quindi spesso si tratta di una reazione di difesa?

Certamente. Quando veniamo presi in giro, oppure offesi o semplicemente ignorati quello, la maggior parte delle volte, è un meccanismo di negazione. “Non voglio vedere le immagini dei macelli che poi non mangio più”: quante volte i vostri lettori se lo saranno sentito dire? Questa è una negazione: “Non vedo, quindi non faccio e quindi rimango nei miei schemi”.

Secondo lei esiste qualcuno che non sarà mai in grado di “capire” la scelta vegana?

No, non lo credo. La compassione è un sentimento universale, tutti ce l’hanno ma in troppi lo hanno dimenticato. Questo succede per tanti motivi diversi: per la propria storia familiare, le nostre esperienze di vita, per semplice immersione nel flusso del “Si è sempre fatto così…”. Ma va capito che aggredire, “braccare” con giudizi forti chi ci sta davanti non serve a nulla. Il cambiamento deve passare dalla gentilezza.

Ha qualche consiglio pratico per affrontare le discussioni?

Direi che la prima cosa è essere davvero ben informati. Il nostro obiettivo è quello di spiegare che cosa abbiamo capito noi e cercare di farlo capire anche a chi ci sta davanti. Più le informazioni che abbiamo sono precise, sistematiche e aggiornate, più la nostra sicurezza metterà in moto una macchina della consapevolezza e del dubbio sulle proprie certezze in chi ci sta davanti. In secondo luogo dobbiamo essere consapevoli e amarci molto così come siamo ed esserne fieri. Non dobbiamo cambiare per farci amare o accettare di più: chi ci vuole bene o ci ama, deve amare ogni parte di noi. Siamo liberi di seguire il nostro percorso, anche se parliamo di ragazzi giovani: devono poter rompere la tradizione che li precede, arrivare a costruire il proprio percorso. Chi ci sta di fronte e discute con noi cercherà sempre di ottenere una qualche forma di controllo sulla nostra persone, è naturale: dobbiamo essere in grado di fare in modo che non funzioni, dobbiamo amarci per ciò che siamo, senza rincorrere l’approvazione degli altri.

Quindi niente proselitismo vegano?

No, va evitato, non serve. La cosa migliore è essere noi stessi l’esempio della nostra scelta e, in seconda battuta, essere sempre ben informati, conoscere il più possibile sulla scelta alimentare e di vita che abbiamo fatto. Lasciamo che siano gli altri a chiederci informazioni. La cultura e le tradizioni non si cambiano dall’oggi al domani, o meglio, non per tutti funziona così.

Ultima domanda un po’ futile: e sui social? Quando arrivano le foto delle bistecche sul nostro profilo, cosa dovremmo fare?

Non abboccate. L’anonimato, la tastiera e lo schermo sono una maschera facile, non rispondete e non date agio a chi sta facendo di tutto per farvi reagire. Ripeto: non abboccate, spesso dietro questi attacchi c’è un profondo disagio esistenziale.