Vegolosi

Olio di palma: due schieramenti a confronto

In molti avranno notato lo spot che gira in tv e sul web, nel quale l’olio di palma viene presentato, con primi piani sfavillanti e musica rilassante, come un ingrediente di origine naturale, “sano e sostenibile per l’ambiente”. Di certo “naturale” lo è visto che è un olio vegetale, ma sul suo apporto nutrizionale e sulla sostenibilità della sua coltivazione massiva i pareri divergono diametralmente.

Chi dice si e chi dice no?
Da quando è diventato obbligatorio indicarlo esplicitamente in etichetta, senza più camuffarlo dietro la generica scritta “oli vegetali” si è scatenato un dibattito infuocato e confuso tra chi lo condanna e chi, invece, lo difende. Da un lato i promotori della petizione Stop olio di palma – promossa dal Fatto Alimentare – che, sulla base di recenti studi, hanno messo in luce i potenziali rischi per organismo e ambiente, dall’altro l’Unione Italiana olio di palma sostenibile e Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane), che ha reagito alla condanna con una intensa campagna pubblicitaria.
Ma facciamo un po’ di chiarezza: quali sono le argomentazioni portate dai sostenitori e dai detrattori dell’olio di palma?

Olio di palma? Sì, perché…
L’olio di palma non è un veleno ma un prodotto di origine naturale; dal punto di vista nutrizionale non ha colesterolo ed è senza dubbio migliore, in termini di resa finale, dei grassi vegetali idrogenati, prima molto usati nell’industria alimentare.
Quest’ultima lo sceglie per alcuni tratti caratteristici che questo ingrediente può garantire ai prodotti: la capacità di conferire ai prodotti la necessaria “croccantezza” o cremosità, il suo avere sapore e fragranza neutri che non influenzano le caratteristiche degli altri ingredienti, ma soprattutto la sua resistenza a temperature elevate e all’ossidazione che lo rendono più adatto di altri oli e grassi ad essere utilizzato in alimenti cotti ad alta temperatura.

La sua elevata stabilità lo rende adatto a garantire una maggiore conservabilità degli alimenti, consentendo quindi anche di ridurre gli sprechi. Oggi quindi l’olio di palma è diventato un ingrediente difficilmente sostituibile con altri oli vegetali per motivi tecnologici, organolettici e di disponibilità territoriale; infatti la pianta che lo produce rende moltissimo: il suo raccolto su una certa superficie di terreno garantisce una resa alta di olio rispetto, ad esempio, alla soia o al girasole che richiederebbero più spazio. Inoltre il terreno di coltivazione non necessita d’acqua di irrigazione artificiale in quanto la palma viene coltivata in aree caratterizzate da alta piovosità.

Olio di palma? No, perché…
Secondo il fronte del no, invece, abbattere il consumo di olio di palma è necessario per due motivi: per la salute e per l’ambiente. Vediamo la prima. L’olio di palma esattamente come il burro contiene una quantità di acidi grassi saturi molto elevata rispetto ad altri oli: dei grassi presenti in 100 grammi di olio di palma, 50 grammi sono saturi (fonte Ministero della Salute), contro i 48.8 grammi del burro e gli appena 16.3 grammi dell’olio di oliva. I rischi per cuore e circolazione, quindi, ci sono se si assume in grande quantità e il rischio c’è visto che l’olio di palma è presente in moltissimi prodotti ed è difficile, soprattutto nella grande distribuzione trovare delle alternative in cui non sia presente. Come afferma l’Istituto Superiore di Sanità: “Il problema non è l’olio di palma in sé, ma il fatto che rappresenti una rilevante fonte di acidi grassi saturi, cui le evidenze scientifiche attribuiscono – quando in eccesso nella dieta – effetti negativi sulla salute, in particolare rispetto al rischio di patologie cardiovascolari”. A fare attenzione devono essere quindi soprattutto i bambini (dai 3 ai 10 anni, quelli che consumano di fatto più merendine industriali), anziani, obesi, ipertesi e persone che hanno avuto in passato problemi cardiovascolari.

La seconda ragione sul fronte del “no”, ha radici ambientaliste: già nel 2012 in Indonesia e Malesia (luoghi responsabili dell’86% della produzione globale) il 70% delle coltivazioni si trovava in aree prima occupate da foreste, che erano state distrutte o incendiate, causando la scomparsa dell’80-100% delle specie animali (soprattutto degli oranghi) che le abitavano: un danno enorme alla biodiversità tipica di queste aree e un contributo pesantissimo all’impennata di gas serra nell’atmosfera.
A ciò si aggiunge la violazione dei diritti territoriali delle comunità indigene, con espropriazioni delle terre dei contadini e deportazione di interi villaggi. Eppure già dal 2004 esiste la Rspo (Roundtable on sustainable palm oil), un’organizzazione internazionale nata per garantire standard di sostenibilità ambientale e sociale da parte dei suoi membri. Ma a mettere a rischio la credibilità di questa certificazione (che oltretutto riguarda solo il 18% dell’olio di palma prodotto nel mondo) sono arrivate, negli anni, inchieste – come quella di Greenpeace – che hanno denunciato come la deforestazione sia continuata per anni anche in aree “certificate”. Questi sono soprattutto i motivi per i quali chi sceglie un’alimentazione vegana decide di boicottare il consumo di quest’olio.

In Italia il M5S (già promotore della campagna Olio di palma insostenibile) ha deciso di presentare alcuni emendamenti alla Legge sugli sprechi alimentari, che in questi giorni è in discussione alla Camera, per proporre una regolamentazione più ferrea riguardo all’olio di palma. I provvedimenti riguardano:

Insomma l’olio di palma va evitato del tutto? Quanto se ne può assumere? Le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e le linee guida nazionali consigliano l’assunzione di questo nutriente pari al 10% dell’apporto calorico quotidiano, circa 22 grammi per una dieta di 2000 kcal.

Serena Porchera