Vegolosi

Contro le Faroe, per Anuar

Su 17.000 candidati, la sua foto ha vinto e diciamo pure che il concorso del National Geographic non è esattamente il più semplice in cui spuntarla, ma Anuar Patjane Floriuk, fotografo messicano, ha portato con il suo scatto la magia di un messaggio importante proprio in un momento in cui ben altre immagini di cetacei facevano il giro del mondo: quelle della mattanza delle Isole Faroe. Arte contro tradizione. Libertà contro sangue. Infinita bellezza contro infinito orrore.

L’immagine racconta molte cose, non solo attraverso l’eccezionale bravura di Anuar nel cogliere la composizione perfetta, la sublime e delicata danza di questi animali pacifici, grandi, spettacolari. Questa foto vince perché racconta che la natura va protetta, studiata, ammirata. Scrive Anuar sul suo sito: “Credo che la migliore cosa che un fotografo possa fare è dare al mondo gli strumenti per creare del significato ed aiutarci ad osservare da differenti prospettive quello che solitamente diamo per scontato”. La nuova prospettiva: un tema carissimo a chi prova a ridimensionare la posizione dell’uomo sul pianeta, per chi cerca di mettersi a guardare dall’alto (o dal basso, come in questa immagine) il nostro ruolo. Guardiamo bene questa foto: l’uomo c’è e racconta che la sua intelligenza tecnica è al servizio della meraviglia, della scoperta, non certo della sopraffazione. Questo scatto racconta del rispetto, profondo e silenzioso, che la nostra specie dovrebbe riservare al “diverso”.

Costringere centinaia di cetacei in una baia e massacrarli a colpi di coltellacci e lance non fa di noi esseri dotati di tecnica o di superiorità, fa di noi esseri paurosi, intimiditi dalla bellezza, preoccupati di dover dimostrare la nostra presunta superiorità, senza rispetto e senza religione. No, non la religione dei libri ma la “religione” come la intende Lucrezio, “re-ligare”, collegare, unire: davvero non siamo più in grado di vedere il “legame” fra noi e il mondo che ci ospita?

Godiamoci questa foto, nuotiamo dentro di noi e cerchiamo di riprendere quei fili che abbiamo dimenticato: ricreiamo il collegamento.

Federica Giordani