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Carne in vitro: risolverà davvero il problema dell’inquinamento globale?

La carne coltivata in laboratorio potrebbe non essere la soluzione ai problemi ambientali che stiamo vivendo a causa (anche) degli allevamenti intensivi. A rivelarlo è uno studio pubblicato su Frontiers in Sustainable Food System da John Lynch e Raymond Pierrehumbert, ricercatori della Oxford Martin School, dipartimento dell’Università di Oxford che studia, tra le altre cose, anche i cambiamenti climatici in atto. Il tutto, secondo gli esperti “dipenderà da come verrà prodotta l’energia per produrre la carne in laboratorio”.

Posto che gli allevamenti intensivi sono una delle più grandi piaghe del nostro tempo dal punto di vista ambientale, ormai da qualche anno ricercatori e scienziati stanno cercando di arginare il problema mettendo sul tavolo delle soluzioni la creazione di carne “pulita”, cioè un vero e proprio tessuto animale realizzato in laboratorio coltivando in vitro le cellule prelevate dal corpo di un animale senza ucciderlo, sia esso un pollo, un maiale o una mucca. Un traguardo ancora decisamente lontano ma al quale gli scienziati si stanno avvicinando passo dopo passo, da più parti del mondo: segno di un cambiamento globale in atto col quale, però, l’etica ha molto poco a che fare ma che è invece incentrato sulla salvaguardia ambientale.

Carne in vitro: salverà davvero il pianeta dai gas serra?

Come ribadito più volte anche dalla FAO, infatti, seguendo l’attuale modello di alimentazione “all’occidentale” (che prevede un consumo pro capite di carne considerevole), di questo passo entro il 2050 non saremo più in grado di sfamare una popolazione mondiale che in quel periodo arriverà a toccare i 9 miliardi di individui. A questo va aggiunto che attualmente l’industria del bestiame (in particolare il settore bovino) è responsabile, da sola, di un quarto delle emissioni di gas serra a livello globale, dovute principalmente ai loro processi digestivi.

Il punto è che, almeno per adesso, la via che si sta percorrendo per arginare il problema attraverso la produzione di carne in vitro non sembra abbastanza efficiente: secondo gli esperti, “senza una transizione su larga scala verso un sistema energetico decarbonizzato, i nuovi tipi di carne cresciuti in laboratorio non possono fornire una panacea per gli impatti climatici dannosi della produzione di carne”. Secondo i ricercatori – che hanno ipotizzato un’analisi su un tempo medio di mille anni –  la carne “pulita” potrebbe rappresentare solamente la transizione da un impatto ambientale forte a uno più moderato. Lo studio, inoltre, afferma che “l’adozione di particolari forme di carne coltivata (sono 4 le tipologie prese in considerazione dagli studiosi, ndr), potrebbe effettivamente essere migliore per il clima ma, nel lungo periodo, altre potrebbero effettivamente portare a temperature globali più elevate“.

Questo perché, spiegano gli esperti, le stime effettuate sull’impatto ambientale della carne in vitro si basano praticamente solo sulle quantità di biossido di carbonio, ma si tratta di stime “che possono essere fuorvianti perché non tutti i gas serra generano la stessa quantità di riscaldamento o hanno la stessa durata di vita”. La conclusione degli studiosi – che si basa sull’attuale sistema energetico usato oggi per produrre carne in laboratorio – dimostra come l’abolizione (ipotetica e utopica) degli allevamenti di bovini non sarebbe risolutiva per il problema ambientale: mentre cesserebbe nell’immediato la produzione di metano da parte degli animali, continuerebbe invece quella di anidride carbonica risultante dalle fonti di energia usate per produrre in laboratorio carne “pulita”. La conclusione dei ricercatori è chiara: se ridurre il consumo di carne rimane un imperativo sul breve periodo, allo stesso modo è fondamentale ampliare e continuare la ricerca sulla labricoltura, per sviluppare metodi di produzione davvero efficienti a livello di salvaguardia ambientale.

Crediti foto in apertura: https://www.fdli.org