Vegolosi

Tolstoj era vegetariano: “Il primo gradino”

“E’ orribile non solo la sofferenza e la morte di questi animali ma il fatto che l’uomo, senza alcuna necessità, fa tacere in sé il sentimento di simpatia e compassione verso gli altri esseri viventi”. Questo è un brano tratto da “Il primo gradino” un testo scritto da Lev Tolstoj come prefazione di un altro libro pubblicato nel 1883,”The Ethics of Diet” da Howard Williams dedicato alla storia, dai Pitagorici ai contemporanei dell’autore, di chi aveva scelto di seguire una alimentazione vegetariana.

Tolstoj nella sua lunga carriera era arrivato ad affrontare una profonda crisi esistenziale che lo aveva condotto a rivedere molti aspetti della sua vita, fra i quali anche quelli legati all’alimentazione diventando, in età già matura, vegetariano. Questa scelta aveva creato anche grossi problemi di convivenza nella sua famiglia perché sia la moglie che i suoi figli maschi non accettavano il suo nuovo regime alimentare. Ne “Il primo gradino” Tolstoj parte dall’analisi di che cosa può essere considerato “morale” per un uomo in un mondo in cui ci sono persone poverissime che lavorano sfruttate per poter garantire beni da consumare per chi vive, invece, una vita dedicata all’opulenza. Nel testo, Tolstoj arriva quindi ad analizzare il tema dell’alimentazione mettendo in correlazione l’eccesso alimentare con la possibilità o meno di realizzare un percorso spirituale verso la moralità: “La prima tappa – scrive l’autore – sarà la sobrietà nell’alimentazione […] E se l’uomo cerca seriamente e sinceramente di progredire verso il bene, la prima cosa di cui si priverà, sarà l’alimentazione carnea … il suo uso è immorale perché comporta una azione contraria alla morale: l’assassinio ”.

La parte più interessante e moderna del piccolo saggio è la descrizione precisa e dettagliata della visita che Tolstoj fece al macello di Tula. Si tratta di una cronaca molto precisa, cruda e emozionante che non ha nulla da invidiare ad un reportage moderno. L’aspetto che maggiormente colpisce di questo racconto è la somiglianza impressionante con le cronache che arrivano dai macelli del nostro secolo, a riprova del fatto che nulla è cambiato, compresi i dubbi, e le crisi intime che colpiscono chi lavora all’interno di queste realtà sempre nascoste agli occhi del pubblico

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