Vegolosi

“La fine dell’era del fuoco” il libro di Martín Caparrós sulla crisi climatica e non solo

Dopo la “fame”, il “fuoco”. Non è forse un caso che gli ultimi due libri dello scrittore argentino Martín Caparrós siano stati pubblicati qui in Italia da Einaudi con, in copertina, una grande “F” rossa, a indicare un collegamento – neanche troppo celato – tra i due argomenti. Dopo il libro reportage “La fame”, nel quale qualche anno fa ha indagato i meccanismi e le sofferenze, le speculazioni e il dolore che stanno dietro la fame nel mondo, in “La fine dell’era del fuoco. Cronache di un presente troppo caldo”, Caparrós si dedica, infatti, al fuoco, che apparentemente sta sparendo dalle nostre sempre meno materiali vite, ma che forse è solamente nascosto da qualche parte, pronto a giocare la propria personale vendetta.

Il tentativo, spiega Caparrós sin dall’introduzione del libro, è stato provare a cercare negli ultimi anni nei “frammenti” della contemporaneità delle costanti che potessero indicare la strada e dirci dove stiamo andando. Il risultato? Fallimentare. Come aghi di una bussola impazzita, le cronache del presente sembrano dire tutto e il contrario di tutto. Ma poi l’intuizione: “A volte, capita: qualcosa cambia, qualcosa che è esistito a lungo, e nemmeno ce ne accorgiamo”. Il fuoco, è la tesi di Caparrós, “ha fatto gli uomini” e ora la sua era sta per finire: dalle cucine in vetroceramica al declino del vizio del fumo fino alle auto elettriche, il fuoco sta sparendo dalla vita delle persone, almeno nei Paesi ricchi. “Se il fuoco è stato il migliore strumento per piegare la materia, un’epoca in cui la materia è sempre meno importante può iniziare e fare a meno del fuoco. Il fuoco è in grado di divorare la materia; la mancanza di materia sta inghiottendo il fuoco”.

Frammenti di complessità

Eppure, non tutto è finito. Parte da qui l’analisi del giornalista argentino, che sin dall’inizio ci svela quello che poi scopriremo all’ultima pagina: al fuoco, quasi per assurdo, continueremo ad appartenere. Come, starà a noi deciderlo.

Quello del fuoco, a ben vedere, è solamente un filo rosso che Caparrós segue, nemmeno troppo esplicitamente, per scattare una fotografia delle grandi e complesse questioni dei giorni nostri e, soprattutto, delle loro infinite contraddizioni, dalla sessualità al rapporto con il linguaggio fino all’iper comunicazione e agli algoritmi.

La rivoluzione della supercarne, “patrimonio di tutti”

E poi – dopo “La fame”, che nel 2016 in Italia gli è valso il Premio internazionale Tiziano Terzani – Caparrós torna sul tema del cibo, di quello che in molta parte del mondo manca e di quello entrato nella logica della “masturbazione” e dello spettacolo, per la quale qui da noi lo si tocca, lo si annusa e lo si inghiotte sempre meno con lo scopo, invece, di parlarne, ascoltarne e leggerne. Ci ricorda, il giornalista argentino, che fame e obesità sono due facce della stessa medaglia, solamente viste da due parti di mondo differenti: l’obesità altro non è che la malnutrizione che colpisce i poveri dei Paesi ricchi così come tutti i sistemi che promettono dimagrimento facile sono specchio di una tendenza tipica dei nostri tempi: “La magia di un sistema che permette di ottenere quello che vorremmo tutti: svincolare cause ed effetti, rompere con quell’idea moralista secondo cui le cose si ottengono con lo sforzo”.

Caparrós parla anche della “rivoluzione della supercarne”, la carne coltivata: una rivoluzione che “forse sarà unicamente paragonabile agli inizi dell’agricoltura. Allora gli uomini scoprirono il modo di piegare la natura alla propria volontà; ora scopriamo che non abbiamo più bisogno della natura. E gli effetti sono quasi inestimabili”. L’argentino ne fa, soprattutto, un tema ambientale e di giustizia sociale: la liberazione delle terre dall’allevamento del bestiame che si otterrebbe grazie alla diffusione del nuovo alimento proteico servirebbe a restituire spazi necessari sia all’ossigenazione del Pianeta che alla coltivazione di cereali e ortaggi utili a sfamare chi non ha cibo. E, tuttavia, anche qui le contraddizioni e i pericoli connessi sono altissimi, avverte lo scrittore: la gara di start up e multinazionali per arrivare alla meta per primi è già partita ma il “rischio è che chi ci riuscirà possa diventare un nuovo Monsanto, padrone di una tecnologia di cui tutto il mondo ha bisogno; che un grande progresso tecnologico non vada a beneficio dei milioni di persone che ne hanno bisogno, ma solo di un gruppetto di azionisti. È adesso – dice Caparrós – quando tutto è ancora in fieri, che gli Stati e i loro organismi internazionali hanno l’occasione di cambiare lo schema: di decidere che saranno loro a sviluppare il nuovo alimento perché non diventi proprietà di pochi, ma patrimonio di tutti”.

Per Caparrós uno dei rischi connessi alla “rivoluzione della supercarne” è che si tratti di un grande progresso tecnologico che vada a vantaggio non di milioni di persone che ne hanno bisogno, ma solo di “un gruppetto di azionisti”. Da qui, la necessità di regolamentazione da parte di Stati e organismi internazionali

E quella degli insetti

In attesa che si compia la rivoluzione della supercarne, la partita della fame, analizza Caparrós, potrebbe giocarsi anche sull’impiego di insetti a scopo alimentare: “Mangiare o non mangiare certi animali dipende dalla distanza. Non mangiamo quelli a cui vogliamo bene perché li abbiamo vicini né quelli che temiamo perché sono lontani; mangiamo quello che è lì disponibile ma con cui non abbiamo un rapporto, quello che fa parte della tradizione, che è conosciuto”, ci ricorda lo scrittore. E gli insetti, allora? In un mondo “sopraffatto” dalla produzione e dal consumo di carne (“la forma più incredibile di concentrazione della ricchezza alimentare”), potrebbe non esserci possibilità di marcia indietro e dovremo iniziare a mangiare anche gli insetti. “Così, quando inizierà – è lo scenario immaginato – la guerra contro il disgusto sarà un’altra battaglia della grande guerra contro la fame“.

E il fuoco?

E in tutto questo, all’interno di uno scenario globale che negli ultimi tre anni è stato stravolto dalla pandemia, il fuoco cosa c’entra? E che fine farà? Da energia che ci muove, il fuoco è diventato minaccia in una competizione, rappresentata dai cambiamenti climatici e dal calore, tutta giocata sulla conquista di ossigeno. È la metafora – nell’analisi del giornalista sudamericano – della sfida che ci attende nella nuova era disegnata dalla pandemia e dal riscaldamento globale e che si baserà su alcuni punti fondamentali: iniziare ad affidarsi alla scienza, ma nel modo giusto, non “credendole”, ma imparando a “dubitare”, fare propria l’idea che “tutto consisterà, forse, nel muoversi per fermare l’accumulo e lo spreco“, ricominciare a respingere la paura degli altri.

Molto di quello che sarà da oggi in poi, ci dice Caparrós in conclusione, dipenderà proprio da tutto ciò: da come sapremo “imparare a vivere con il dubbio, a dubitare invece di credere: ripensare invece di ripetere. Non temere il dubbio ma la certezza. O – ci ammonisce lo scrittore – continueremo a insistere sullo stesso fallimento, e allora fallire sarà stato inutile”. Sarà, solamente, l’ennesimo modo per restare intrappolati, per davvero, nell’era del fuoco.