Vegolosi

La carne è pubblicità: ecco come ci convincono le industrie

Lobbisti, contributi, sovvenzioni e pubblicità: la carne è “ciò che c’è per cena” perché ne siamo profondamente condizionati. A raccontarlo è Marta Zaraska, giornalista polacco-canadese specializzata in nutrizione e ambiente, in un estratto del suo libro Meathooked di cui avevamo già parlato.

Un consumo forzato
Marta Zaraska (nella foto) entra nel palazzo del National Chicken Council (NCC) a Washington viene condotta in una lussuosa sala conferenze dove le vecchie foto di agricoltori alle pareti fanno da contorno simil-vintage. NCC è la principale associazione americana dei produttori di carne e si occupa di pubbliche relazioni, campagne marketing e rapporti con il governo. L’obiettivo ultimo, ovviamente, è assicurarsi che gli americani comprino più pollo, manzo e carne di maiale possibile. Queste organizzazioni (esistono ovunque, la Zaraska cita anche l’inglese British Meat Processors o la canadese Canadian Cattlemen’s Association) spendono bilioni di dollari all’anno per non rompere il rapporto idilliaco tra noi e le proteine animali. I ricercatori spiegano che aumentare la domanda di carne – e di conseguenza il consumo – è spinto più da questo che da un nostro reale desiderio: ad ammetterlo è stato anche il Canadian Cattlemen – The beef magazine, che nel 2013 ha sottolineato come l’industria di manzo abbia lavorato e lavori moltissimo per ravvivare costantemente l’amore tra “gli americani e la grande e succosa costata di manzo“.

I numeri
Nel 2011, nei soli Stati Uniti, le vendite di carne sono valse 186 bilioni di dollari, quattro produttori di carne di maiale detengono i due terzi del mercato e i primi quattro produttori di carne di manzo ne detengono i tre quarti. Numeri incredibili: Tyson, la più grande società per azioni americana di carne, ha recentemente avuto entrate per 34 bilioni di dollari. Ma non sono solo coloro che crescono, macellano e vendono carne ad avere dei vantaggi economici: tra i tanti, anche produttori di fertilizzanti, pesticidi e le corporazioni farmaceutiche (che vendono antibiotici alle compagnie della carne) ne traggono benefici. Stando all’American Meat Institute, l’industria di carne e pollame impatta sugli oltre 500 settori dell’economia americana generando quasi 900 bilioni di dollari annui.

E l’industria di frutta e verdura?
L’industria di frutta e verdura ha poco peso semplicemente perché… Non esiste. Se sono cinque i principali tipi di carne che contano sul mercato (manzo, maiale, pollo, tacchino e agnello), innumerevoli sono le varietà di frutta e verdura, fagioli e lenticchie. Ma se anche si unissero, le vendite sarebbero comunque di poco conto: nel 2011 frutta, verdura e nocciole messe assieme hanno tirato su poco più di 45 bilioni di dollari negli Usa. Fagioli, piselli e lenticchie – ottimi sostituti della carne – ottengono addirittura risultati 140 volte inferiori rispetto ai prodotti di bestiame.

Si punta sui giovani
La giornalista parla di una vera e propria educazione al manzo rivolta ai cosiddetti ‘millennials’, coloro cioè che sono nati tra gli anni ’80 e il 2000. In che modo i produttori di manzo cercano di raggiungerli? Lo fanno attraverso le loro piattaforme e i luoghi di aggregazione virtuale: condividono semplice ricette su Facebook, usano Twitter, Instagram e Pinterest con foto tecnicamente perfette e luminose, creano app ecc… Queste campagne portano notevoli guadagni: tra il 2006 e il 2013 ogni dollaro investito ne ha portati 11 in cambio. Basta guardare sul sito www.beefretail.org: tra le tante idee, dimostrazioni di cucina in campus universitari, contesti studenteschi e affidamento su chef noti. Per Bill Roenigk, a capo della NCC, la domanda di carne è come un grande cane che sta seduto immobile: il cane ha anche una grande coda, agguantarla e farla scodinzolare il più possibile è fare promozione e pubblicità. “Per settembre stiamo preparando l’eat chicken month” ha aggiunto (in italiano il “mese del mangiare pollo”).

McDonald’s e le regole di base
Oltre alle pubblicità create da queste associazioni, i venditori stessi hanno un ruolo molto importante. McDonald’s, per esempio, è il più grande acquirente di manzo nel mondo e vende circa 75 hamburger al secondo nel globo: per auto-promuoversi investe 1,37 bilioni di dollari all’anno, specialmente il sabato e la domenica (quando i ragazzi guardano più spesso la televisione). Le prime due catene che appaiono sui piccoli schermi? Dopo McDonald’s un altro colosso: Burger King. Ma c’è una regola base: non mostrare animali, in nessun modo. Una ricerca fatta in Europa e citata dalla Zaraska ha infatti dimostrato come sia opportuno non mostrarli per alimentare il nostro appetito.

Le lobby
A solo un isolato dagli uffici NCC c’è K Street, definita da molti il “boulevard dei lobbisti”: qui regnano banchieri, avvocati e lobbisti vari rigorosamente in giacca e cravatta, qui non c’è nulla di frivolo, hipster o di adatto ai bambini: solo cafè e steak houses. Come confidato alla Zaraska, Roenigk si sta concentrando sul mercato delle lobby per contributi e campagne di pubbliche relazioni: il Center for Responsive Politics stima che durante le elezioni del 2013 l’industria di prodotti animali abbia contribuito con 17,5 milioni di dollari ai candidati federali e uno studio ha confermato che cambi nei contributi modificano poi il comportamento al voto. In sostanza, puoi comprare i voti dei legislatori senza rompere la legge.

Tanti tasselli di una sola macchina schiacciasassi: la Zaraska lo lancia, il sasso, ma non nasconde la mano.

Yuri Benaglio