Vegolosi

Che cos’è la comunicazione non violenta e perché è ispirata alle giraffe

Anno 1961: il mondo è diviso in due dalla Guerra Fredda, John Kennedy presta giuramento come 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, a New York debutta un giovane Bob Dylan, inizia la costruzione del muro di Berlino, Jurij Gagarin vola nello spazio, nasce il WWF e su tutto il pianeta si diffondono numerosi movimenti in favore dell’ambiente e dei diritti civili. 

È in questo clima di profondi cambiamenti sociali e culturali che lo psicologo clinico statunitense Marshall Bertram Rosenberg (1934-2015) sviluppa l’idea della Comunicazione Nonviolenta (CNV), un potente strumento di connessione tra le persone, volto a risolvere pacificamente conflitti personali, relazionali, sociali e politici. Dall’Azerbaijan alla Nigeria fino alla Jugoslavia, Rosenberg ha viaggiato per tutto il mondo in compagnia delle sue due marionette, uno sciacallo e una giraffa di peluche, che faceva interagire per insegnare a persone di diverse culture il suo nuovo metodo e nel 1984 fondò negli USA il Center for Nonviolent Communication, attivo ancora oggi.  

Sciacallo o giraffa? Dimmi come parli e ti dirò come sei

La Comunicazione Non Violenta (CNV), detta anche comunicazione empatica, linguaggio del cuore o “linguaggio giraffa”, nasce dalla convinzione che tutti gli esseri umani siano naturalmente dotati di empatia e che la possano usare in ogni dialogo. Purtroppo, la nostra società contemporanea si esprime prevalentemente attraverso il “linguaggio sciacallo”: si è avidi delle proprie opinioni e si cerca in tutti i modi di prevaricare sull’altro veicolando giudizi senza un vero scambio reciproco di idee. Il paradigma del “linguaggio giraffa”, invece, non è giudicante e la metafora dell’animale prende spunto dalle sue caratteristiche fisiche: il collo lungo che simboleggia un saper guardare oltre e uno dei cuori più grandi tra tutti i mammiferi, simbolo di amore universale. In una relazione di empatia, connettendosi ai veri sentimenti e bisogni altrui, non esistono né vincitori né perdenti e il dialogo entra in un’ottica “win-win”, per cui entrambi gli interlocutori ne escono “vincitori” e arricchiti.

Il metodo proposto da Rosenberg si articola in quattro punti: osservazione, sentimenti, bisogni e richieste. Si tratta quindi di mettere in atto l’osservazione neutra di ciò che accade, l’analisi dei sentimenti personali che nascono in relazione a ciò che osserviamo, la comprensione di quali siano i bisogni e i valori da cui provengono tali sentimenti e infine il coraggio di formulare la domanda corretta in relazione al bisogno reale.

In fin dei conti, l’applicazione della CNV riguarda il modo in cui trattiamo noi stessi, la capacità che abbiamo nel concentrarci su quello che vogliamo davvero piuttosto che soffermarci su quanto non funziona in noi e negli altri. La CNV porta a porsi delle domande quali “Come si sente questa persona? Come mi sento io? Quali bisogni stanno dietro ai miei sentimenti? Quale azione chiederei a questa persona di intraprendere?”, e a riconoscere che esiste una scelta in tutte le azioni.

L’umanità vive e si nutre in uno stretto legame di interdipendenza, perciò per affrontare le più difficili sfide contemporanee come quella dell’ambiente e dei cambiamenti climatici, prima o poi dovremo occuparci di salvaguardare la fitta rete che ci lega gli uni agli altri come esseri umani. E per fare questo, uno degli strumenti più preziosi che abbiamo è proprio il linguaggio

Il bene viaggia a passo di lumaca

“Come esseri umani ci rivolgiamo agli esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto”, affermava il manifesto redatto, nel 1955, dal filosofo-matematico Bertrand Russell e dallo scienziato Albert Einstein, in favore del disarmo nucleare e della scelta pacifista per l’umanità. Curiosamente, tali parole sono state espresse da Russel che, nelle sue ricerche filosofiche, è stato anche uno dei primi grandi studiosi del linguaggio che non significa di certo solo un insieme di regole grammaticali: conoscere una lingua tecnicamente, infatti, non garantisce di comunicare realmente. Il saper comunicare affonda le proprie radici nell’essere – consapevolmente – umani e necessita quindi di “un’educazione all’umanità” armata di pazienza dato che, come diceva Ghandi, “il bene viaggia a passo di lumaca”.

“Noi esseri umani abbiamo un problema ancora più grave della plastica nei mari o dell’inquinamento atmosferico, perfino più grave del cambiamento climatico. Riguarda il modo in cui ci parliamo e ci ascoltiamo reciprocamente“: è questa una delle affermazioni provocatorie di The Talking Revolution, saggio, non tradotto in Italia, redatto nel 2018 dagli anglosassoni Peter Osborn, esperto e insegnante di comunicazione non violenta, e da E.C. Dumas, scrittore pluripremiato e consulente internazionale per la risoluzione dei conflitti. L’urgenza espressa dallo stesso titolo, “Rivoluzione”, non può più essere ignorata. 

Secondo i due autori, alla base delle più piccole difficoltà quotidiane, sino alle catastrofi globali più significative vi sarebbe un problema di comunicazione, aumentato negli ultimi anni a causa di un progressivo isolamento sociale dovuto alle nuove tecnologie, ma anche alla recente pandemia. L’idea di una conversazione creativa e rivoluzionaria è il frutto di anni di ricerca svolta dai due autori nel campo del dialogo e nella gestione dei conflitti.

“I rapporti umani soddisfacenti sono davvero la chiave per una vita lunga, felice e realizzata? Cosa possiamo fare adesso, per creare maggior valore nelle relazioni?”. Sono queste le domande a cui la loro ricerca vuole dare una risposta seguendo uno schema ben preciso che parte da un assunto: la comunicazione è un bisogno primario dell’essere umano.

Responsabilità+Apertura+Creatività Rivoluzione

La “rivoluzione del linguaggio”, secondo i suoi autori, si basa su tre principi: responsabilità personale, apertura e creatività. Assumersi la “responsabilità” implica il riconoscere i propri bisogni. Ogni volta che parliamo con qualcuno, lo scambio di opinioni rappresenta solo la punta di un iceberg immaginario. Poco sotto ci stanno i nostri valori e interessi, mentre più in profondità troviamo bisogni quali autonomia, sicurezza e rispetto, che guidano tutto il processo. Riconoscerli in sé stessi agevola la comprensione dei bisogni altrui e ci mette in contatto su un terreno comune: l’essere umani.

Secondo uno studio condotto dall’Università della Pennsylvania presso l’Annenberg School for Communication, risulta essere sufficiente che solo il 25% dei componenti di un gruppo adotti nuove forme di comportamento per ottenere un cambiamento. Significa che su un gruppo di quattro persone, ne basta solo una che adotti un atteggiamento creativo per garantire il benessere del team. Moltiplicato per un qualsiasi numero, questo dato apre una prospettiva molto più ampia e conferma la fiducia che il cambiamento di uno, basato sulla presa di responsabilità personale, possa innescare un cambiamento di tanti ed estendersi sull’intera società.

Un atteggiamento di “apertura” ci pone a domandarci: con chi siamo disposti a parlare e di cosa? Aspetto, età, status sociale, cultura e molti altri fattori ci condizionano nell’intraprendere o meno una conversazione. Confrontarci con coloro che ci appaiono simili è una strategia conservativa ma è anche un grosso limite che poniamo a noi stessi nello scoprire una vasta gamma di varietà umana. Spesso sprechiamo energie nel voler far cambiare idea agli altri, ma non sarebbe più utile restare in ascolto del perché la pensano così?

Se la responsabilità personale ci mette alla guida di noi stessi e l’apertura allarga i confini su argomenti e interlocutori, la “creatività” è il nostro approccio all’intero viaggio e la modalità con cui decidiamo di approcciarci ai vari intrecci. La creatività consiste nel desiderio di creare un “qualcosa di valore” in ogni conversazione, dalla più fugace alla più intensa, con un reciproco riconoscimento dei bisogni grazie alla comprensione, alla speranza, alla fiducia e al rispetto. La creatività induce a essere visionari nel percepire la speranza che si realizzi un cambiamento anche laddove pare impossibile. D’altronde, come ha scritto A. De Saint-Exupery ne Il Piccolo Principe: “Ciò che rende bello il deserto (…) è che da qualche parte si nasconde un pozzo”.