Vegolosi

Telmo Plevani: “La scienza non è salvezza, gli stili di vita devono cambiare”

Le sue lezioni sulle catastrofi, le estinzioni e l’uomo come secondo meteorite sulla terra, sono un piacere assoluto. Telmo Pievani è un filosofo della scienza, materia preziosissima ma anche poco conosciuta che indaga non solo il metodo scientifico, ma anche i rapporti fra il mondo degli scienziati e la società. In questo ultimi anni la scienza è tornata prepotente nelle nostre case, ma non sempre nel modo giusto. Con Pievani parliamo degli errori fatti, delle speranze a cui guardare e alle connessioni complesse che sono la chiave di tutto.

Professore, lei si occupa da tempo del rapporto fra scienza e società: con che occhi ha guardato alla pandemia?

Quello che ho visto è stato un vero crash test sulla tenuta proprio del rapporto fra scienza e società. Ci siamo fatti trovare impreparati all’emergenza pandemica, ma non avrebbe dovuto essere così. I segnali e le previsioni di una possibile pandemia erano già stati messi sul piatto – se pensa al saggio del 2012 di David Quammen, Spillover, per esempio. Eravamo impreparati anche su come comunicare tutto questo.

Ci sono stati errori di comunicazione, quindi, secondo lei?

Senza dubbio. Quello che succede in Italia è l’evidente conseguenza dell’assenza di un unico centro di riferimento per la comunicazione scientifica. A differenza degli Stati Uniti e dell’Inghilterra, noi non abbiamo rappresentanti di centri istituzionali che vengono interpellati per dare voce alla comunità scientifica nel suo insieme, bensì singole figure che finiscono, inevitabilmente, per battibeccare tra loro, generando insicurezza e disorientamento nel pubblico.

Gli scienziati fanno fatica a fare cosa, a suo avviso?

A spiegare da dove arrivano le loro affermazioni, perché vivendo all’interno del metodo scientifico, lo danno per scontato, non lo spiegano e questo genera nel pubblico – soprattutto su temi complessi – la sensazione che ci siano verità calate dall’alto, e invece la scienza è esattamente il contrario: è fatta di dubbi, di ricerca, di verifica lenta – spesso lentissima – delle ipotesi. È stata, quella pandemica, senza dubbio una situazione inedita per la comunità scientifica: virologi che non avevano mai fatto un’intervista – e molti di loro li conosco personalmente – si sono ritrovati travolti da richieste, ospitate, insomma dalla celebrità che non cercavano e non volevano. Alcuni si sono prestati a un “gioco” che è inevitabile sui media, quello dello scontro, del dibattito a toni alti: ma non avrebbero dovuto, perché i dibattiti scientifici non si fanno nei talk show televisivi.

È una situazione molto complessa, e la complessità sembra esattamente il contrario di quello che tutti vorrebbero.

Certo, la complessità è lenta. Il pubblico in pieno panico – anche giustamente – ha cercato risposte sicure, nere o bianche, ma non ce ne erano e ancora adesso alcune domande sono ancora aperte. Ma alla scienza non si può chiedere la soluzione “presto e subito”, si dovrebbe uscire dallo spettro della sua azione “salvifica”.

Cosa intendeva prima con l’idea “salvifica” della scienza, mi incuriosisce…

Quello che non dobbiamo fare è rivolgerci alla scienza e alle sue “garanzie” solo quando ci fa più comodo e ne abbiamo bisogno, quando ci deve salvare da una situazione come quella pandemica attuale. Un po’ come dire: Salvaci alla svelta che poi dobbiamo tornare a fare quello che facevamo prima; solo che questo atteggiamento è esattamente quello che va evitato. Cambiare stile di vita è fondamentale, perché nella normalità di prima c’erano i semi dell’era pandemica in cui siamo entrati.

Eppure quello che percepiamo in generale non è un po’ una sorta di effetto “fionda”? Ci siamo tanto “privati di…” che adesso prendiamo la rincorsa per rifarci del tempo perso…

Sono d’accordo con questa sensazione, è anche la mia, il problema è che cambiare i comportamenti delle persone, anche dal punto di vista alimentare, è un percorso lentissimo e non è compito della scienza, bensì della politica e dell’etica. Ci sono stati anche, purtroppo, una serie di passi indietro rispetto al tema della crisi climatica. Poco prima dello scoppio della pandemia eravamo arrivati a parlarne spesso, anche grazie al movimento dei ragazzi di Fridays For Future, ma poi – come era ovvio – tutto si è focalizzato altrove e, adesso, bisogna ricominciare da capo. Ma tra la crisi ambientale e la pandemia c’è un nesso chiaro, ancora una volta messo in luce dagli scienziati.

Lei nelle sue lezioni e nei suoi libri parla spesso del rapporto fra scienza ed etica: eppure quest’ultima sembra “lontana” come tema da quello dei fatti, delle prove, dei numeri.

Io sono dell’idea che questa crisi pandemica abbia mostrato la profondità della catena delle conseguenze di ciò che facciamo, in un mondo globalizzato (dove viaggiano le merci, ma anche gli animali portatori di virus). Sono altrettanto certo, pur essendo un evoluzionista e un ricercatore, che la scienza da sola non basterà a tirarci fuori dalla situazione di crisi ambientale e sociale nella quale ci troviamo, serve un approccio misto.

Si è parlato tanto del concetto di “normalità”: lei cosa ne pensa?

Noi siamo in questo sistema e ci fa comodo, ci consola, ci piace. Eppure, è chiaro che proprio questa pandemia e i lockdown ci hanno insegnato che ci basiamo spesso sul superfluo. Questa idea della “crescita senza fine” è quello che pensiamo sia la normalità: ma non è così. Andrebbe ripensato tutto. Gli economisti dovrebbero avere più fantasia. Non si tratta affatto di una nostalgia per la natura, non può essere questo, ma della consapevolezza che questo sistema di sviluppo erode le risorse del pianeta. Quello che mi domando è: che cos’altro dovremo vedere e patire per comprendere? Quanto dovrà essere caro il prezzo da pagare prima di cambiare rotta?

All’inizio della pandemia, noi abbiamo pubblicato un ebook, La connessione, in cui parlavamo della assoluta poca distanza fra quello che mangiamo e la pandemia: la vede anche lei?

Ci sono le evidenze, pubblicate ogni settimana sulle maggiori riviste scientifiche. Il tema dell’impatto degli allevamenti intensivi è enorme e i dati sono davvero impressionanti. Solo che è difficile fare, appunto, la connessione fra le immagini, per esempio, di una persona che fa fatica a respirare in una terapia intensiva e le scene di una foresta che viene disboscata, eppure è proprio lì il filo conduttore. Deforestazione e allevamenti intensivi sono le due principali cause dell’aumento di frequenza delle pandemie. Ma non stiamo facendo nulla. 

Professore, lei è spesso nelle scuole a insegnare anche su questi temi: che sensazione ha rispetto alle reazioni dei ragazzi?

Il ritorno che ottengo è positivo. È vero che non ho un vero campione statistico, dato che quando mi invitano tendenzialmente significa che si tratta di classi già interessate a quelle tematiche, ma le reazioni dei ragazzi sono sempre positive. Quello che un po’ percepisco – e che mi preoccupa –  è la rassegnazione e lo scoramento che incontro, soprattutto tra gli studenti universitari: spesso l’idea è che certamente dovranno andare all’estero per ottenere qualcosa, per esempio.

Dovranno faticare un bel po’, in effetti…

Io sono ottimista. Ho una figlia adolescente che è nel movimento Fridays e vedo l’entusiasmo che ha. Una cosa è certa: i ragazzi non dovranno aspettare che siano le vecchie generazioni a dare loro paternalisticamente le risposte o gli strumenti per cambiare le cose, dovranno crearsi strumenti propri e fare la loro strada. Devono andare a prendersi il futuro, perché noi abbiamo fallito.

Ce la faranno?

Nessuno scienziato di due generazioni fa avrebbe mai potuto immaginare quello che sarebbe successo in termini di sviluppo delle tecnologie e della scienza. Siamo in grado di riscrivere il genoma, abbiamo internet, che era qualcosa di nemmeno immaginabile anche solo negli anni ‘70. La scienza è serendipica: i ragazzi di oggi inventeranno soluzioni e costruiranno nuovi scenari che noi – e forse neanche loro – riusciamo nemmeno a immaginare.