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“Indovina chi viene a cena” indaga gli allevamenti biologici in Italia – VIDEO

LATTE BIO: SERVE CHIAREZZA

LATTE BIO: SERVE CHIAREZZA
Serve chiarezza ed evitare interpretazioni che vanno a vantaggio di chi si è convertito al bio solo per interessi economici e non, come molti altri, perchè ci credono da sempre.
Sabrina Giannini Adele Grossi

Posted by Indovina Chi Viene A Cena on Sunday, October 21, 2018

 

Negli ultimi anni in Italia è aumenta esponenzialmente la richiesta di latte e derivati biologici, ma quanto c’è di “naturale” nella loro produzione? Lo scopriamo grazie a “Se bio vuole…”, la nuova puntata – inchiesta del programma “Indovina chi viene a cena” in onda su Rai tre ideato e condotto da Sabrina Giannini. L’analisi parte da un dato certo: nel nostro paese l’allevamento tradizionale è in crisi e sono tantissimi gli allevatori di vacche da latte che si sono convertiti al biologico dato che il latte biologico è uno dei prodotti più richiesti. Ad oggi le stime parlano di 72 mila allevatori, con oltre 320 mila ettari di terreno dedicati a questo tipo di attività, 300 milioni di litri di latte prodotti nel 2015. Bisogna sottolineare che tutti, per poter dichiarare la propria attività “biologica”, dovrebbero sottostare alle norme dettate dal regolamento UE. Il problema è che, almeno in Italia, non è sempre così.

In Italia: quando la deroga diventa regola?

Il regolamento europeo per il biologico prevede, tra le altre cose, che gli animali allevati vivano sempre al pascolo; l’unica deroga è concessa in caso di condizioni atmosferiche o del suolo, avverse. Il problema è che, come si evince dal servizio, la maggior parte dei nostri allevamenti biologici di vacche da latte si trovano in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, dove è davvero raro imbattersi in mucche al pascolo. Tra i cinque allevamenti certificati biologici visitati nel corso dell’inchiesta, nessuno consente agli animali una vita in libertà: quando addirittura non manca lo spazio per il pascolo, gli allevatori intervistati nicchiano, affermando che per le vacche in lattazione sia meglio restare nei capannoni.

Il motivo è presto detto: come afferma l’unico allevatore intervistato che rispetti alla lettera le direttive UE per il biologico, “mantenere un allevamento bio è faticoso, richiede un grandissimo impegno in termini di gestione ma è anche costoso, perché è impossibile portare al pascolo un grande numero di animali. Col biologico si riescono a mantenere pochi animali, non si può sperare in una grande produzione” afferma.

“Io posso essere certificato biologico anche se non sono a norma di legge – afferma Paolo Carnemolla, presidente Federbio – purtroppo la crisi del settore “latte convenzionale” ha messo in difficoltà molte aziende che si sono rivolte all’organismo di certificazione probabilmente senza essere formati o seguiti tecnicamente. Gli è stato trovato un percorso di ingresso che ha utilizzato le deroghe previste dalla normativa. Probabilmente c’è interesse a far entrare un operatore che paga una tariffa di controllo e poi si vedrà”. Questo interesse, forse, c’è davvero: in Italia sono 16 gli enti di certificazione del biologico e tra questi c’è anche BioAgriCert che – come dichiarato dal suo amministratore delegato, Alessandro Lombardi – “certifica solo in Italia circa 11.700 aziende. Ognuna di queste paga circa 600/700 euro l’anno per mantenere la nostra certificazione”.

Cosa prevedono gli standard del biologico?

Secondo gli standard Federbio, gli animali in un allevamento biologico devono trascorrere almeno 120 giorni all’anno all’aperto ma “la nostra percezione è che ci siano organismi che certifichino in ogni caso le aziende che non sono in queste condizioni” afferma Carnemolla. Ma non è tutto, perché le “deroghe” concesse a questi allevamenti non riguardano solo la vita degli animali all’aperto, ma anche il benessere animale propriamente detto: “Per la salute dell’animale, noi pratichiamo la decornazione, che avviene nei primi 8 giorni di vita del vitello attraverso una “pasta” particolare che non fa sviluppare le corna (forse col metodo della causticazione, ndr).” dichiara un allevatore.

Il punto è che nel mondo del biologico questa pratica non è ammessa di prassi su tutti gli animali, ma solo sul singolo capo e in condizioni di necessità attestate da un veterinario. Nonostante questo, l’allevatore dichiara: “personalmente penso che per la salute dell’animale sia meglio farlo. Per il momento l’ente certificatore non ci ha dato problemi”. Alla domanda se sia o meno una pratica dolorosa, un altro allevatore chiosa: “Non eccessivamente, stiamo parlando di un osso scoperto, e poi è una cosa che si fa da sempre“.

Insomma, anche se forse non tutti gli allevamenti biologici sul suolo italiano fanno uso indiscriminato di queste deroghe, una cosa è certa: la favola delle mucche felici è ben lontana dalla realtà, anche laddove il benessere animale dovrebbe essere la norma. Anche se, secondo l’inchiesta, il mercato del biologico non fa che crescere, fatturando circa 5 miliardi euro l’anno, il consumatore dovrebbe essere messo in grado di sapere se il latte o lo yogurt che consuma provengono da un allevamento bio “vero” o da uno tradizionale riadattato.