È certamente un passaggio interessante – anche se tiepido – quello presentato dalla Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) che ha annunciato che alla Milano Fashion Week non verrà più promossa la pelliccia animale. Ma in che senso?
Titolare esclusiva del marchio “Milano Fashion Week®”, la CNMI ha annunciato che non promuoverà più la pelliccia in occasione di alcun evento ufficiale della Settimana della Moda di Milano, inclusi i social media. L’annuncio giunge a seguito di un confronto con LAV (Lega Anti Vivisezione), Collective Fashion Justice e Humane World for Animals.
Cosa dicono queste nuove “indicazioni”?
Le nuove linee guida aggiornate sono rivolte ai brand che partecipano ad uno degli appuntamenti più importanti ed mediaticamente esposti della moda nazionale e internazionale. Queste direttive, che rimangono sempre e solo su base volontaria, si legge che la CNMI invita “i brand partecipanti alla Milano Fashion Week®️ a non presentare, durante le sfilate della suddetta, capi di abbigliamento, accessori o qualsiasi altro elemento, con pelliccia come definita nel documento. CNMI si impegna a non promuovere pellicce nella produzione diretta dei propri contenuti di comunicazione“. La Camera Nazionale della Moda spiega però che queste linee guida “lasciano pienamente inalterata l’autonomia creativa e imprenditoriale dei brand – ma che – si inseriscono in un contesto internazionale in cui alcune altre fashion week hanno progressivamente adottato policy e indirizzi sul tema dell’uso della pelliccia”. Insomma, il messaggio è “sarebbe proprio meglio di no”. Tutto ciò sarà già applicabile alla settimana della moda di Settembre 2026.
Quali pellicce?
L’adesione a queste “best practice” come le definisce la Camera Nazionale della Moda, rimane appunto “rigorosamente volontaria” e “i Brand partecipanti che non intendano aderire non subiranno alcuna conseguenza, diretta o indiretta, nella propria partecipazione alla Milano Fashion Week e restano pienamente liberi nelle proprie scelte di sourcing, produzione e comunicazione”. Insomma, il tema è un posizionamento politico da parte di CNMI che non farà da megafono diretto a brand che utilizzano pellicce per le loro collezioni, creando in ogni caso un danno di “esposizione” ai marchi.
Ma a quali pellicce si fa riferimento nel documento? Le linee guida lo specificano: “Con “Pelliccia” si intende qualsiasi pelle con pelo proveniente da animali allevati o catturati in natura esclusivamente o prevalentemente per la loro pelliccia, ad esempio volpe, visone, coyote, finn-raccoon, ermellino, coniglio, karakul, ecc..”. Ma da queste indicazioni vengono escluse:
A. pelli che sono, o saranno, trasformate in cuoio o che durante la lavorazione sono state, o saranno,
completamente rimosse da peli, vello o fibre di pelliccia;
B. materiali tosati, rasi o pettinati, pelli a pelo corto (es. shearling) o lungo, provenienti da animali allevati
principalmente per la filiera alimentare (es. pecora, agnello e capra vitello, bovino…).
C. pellicce di animali ottenute dalle comunità indigene attraverso pratiche tradizionali di caccia di
sussistenza;
D. pellicce animali ricavate da prodotti già immessi sul mercato in precedenza (es. vintage);
E. materiali sintetici e materiali innovativi destinati ad assomigliare a pelliccia; e
F. la lana e peli di origine animale, ottenuti senza scuoiamento dell’Animale, nel rispetto del benessere
dello stesso, anche avuto riguardo alla modalità di allevamento utilizzata.
Questo risultato è stato ottenuto grazie alla collaborazione fra CNMI e LAV (Lega Anti Vivisezione), Collective Fashion Justice e Humane World for Animals che lo definiscono “Un cambiamento di rotta rispetto all’uso non etico e insostenibile delle pellicce” e che non vedono l’ora di continuare a collaborare con CNMI per proteggere ulteriormente gli animali vulnerabili “che non esistono per diventare abiti”.