Vegolosi

La barriera corallina australiana è morta: lo annuncia “Nature”

Anche se il presidente Donald Trump ne nega l’esistenza, il riscaldamento globale esiste, e la sua più eccellente vittima è il mare. La grande barriera corallina autraliana, la più grande di questo genere al mondo, nominata Patrimonio Mondiale dell’Umanità nel 1981 dall’Unesco, sta morendo, anzi il 20% è già stato dichiarato morto secondo un articolo apparso sulla rivista “Nature”, e il resto sta subendo uno sbiancamento mai visto a causa dell’innalzamento delle temperature dell’acqua.

Quando i coralli si sbiancano, significa che sono stati abbandonati dalle miriade di alghe ed organismi che li abitano, in poche parole la barriera sta “cuocendo” e non serve a nulla la protezione dalla pesca oppure il miglioramento della qualità delle acque: il troppo calore sta uccidendo questo immenso e fondamentale organismo vivente e complesso. Terry Hughes, professore a capo dell’Arc Centre of Excellence for Coral Reef Studies ha spiegato che questo fenomeno si sta verificando troppo spesso: la barriera non ha il tempo di rigenerarsi e questo porta alla sua definitiva morte. National Geographic riporta lo studio della UCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura che ha lanciato un allarme molto serio: “In base ai modelli di previsione più recenti, entro il 2050 il riscaldamento degli oceani avrà causato lo sbiancamento di quasi tutte le barriere coralline del pianeta”. Questo, preso in esame fra il 2016 e l’inizio del 2017, è il terzo più grave episodio che vede protagonista la barriera corallina, dopo quelli del 1998 e del 2002.

E mentre si cerca di nicchiare sulla salute degli oceani, dai quali dipende tutta la vita sul nostro pianeta, come ha spiegato Inger Andersen, direttrice generale della IUCN, dato che il 70% dell’ossigeno sul pianeta viene proprio da lì,  sappiamo bene che una delle cause principali del riscaldamento globale è proprio l’allevamento intensivo come spiegato coraggiosamente e puntualmente da numerose autorevoli fonti come la Fao e come raccontato in modo preciso dal documentario “Cowspiracy” e dal libro in italiano tratto dal documentario. L’allarme di Paul Watson, fondatore di Sea Shepard, organizzazione no-profit che si occupa della conservazione marina dal 1977, è sempre da tenere a mente: “Sono 405 le aree definite morte negli oceani di tutto il mondo, nel 2048 se non ci fermiamo gli oceani saranno vuoti“.